Vaccini, paure e verità scientifiche secondo i Lincei

L’accademia dei lincei ha realizzato un lungo studio scientifico sui vaccini anche per fare chiarezza nella nebbia della disinformazione. L’Accademia ha organizzato un gruppo di lavoro guidato da Guido Forni e composto da Alberto Mantovani (università Humanitas di Milano), Lorenzo Moretta (ospedale Bambino Gesù di Roma) e Giovanni Rezza (Istituto superiore di Sanità. Alla ricerca hanno collaborato Paolo Ascenzi, Univ. Roma 3; Carmen Belloni, Univ. Torino; Maurizio Brunori, Sapienza Univ, Roma; Gianni Bussolati, Univ. Torino; Piero Cappuccinelli, Univ. Sassari; Pietro Caramello, Ospedale Amedeo di Savoia, Torino; Monica Florianello, Humanitas Univ., Milano; Massimo Follis, Univ. Torino; Mara Giacchero, Torino; Pier Luigi Lollini, Univ. Bologna; Lorenzo Mantovani, Univ. Milano- Bicocca; Fabrizio Marcucci, Roma; Maria Merlo, Torino; Cesare Montecucco, Univ. Padova; Mario Primicerio, Univ. Firenze. Quella che proponiamo è la conclusione del lungo rapporto

L’OMS ci dice che ogni anno, nel mondo, sono fra i 2 e i 3 milioni i bambini salvati da morte certa dai vaccini. Purtroppo, però, ci sono ancora più di 21 milioni di bambini che non ricevono le vaccinazioni più elementari. Parliamo di 1 bambino su 5!

Il vaccino DTP contro difterite, tetano e pertosse, viene considerato, dal punto di vista della salute globale, come il livello minimo fondamentale di vaccinazione, da estendere a tutti i bambini del mondo. E’ efficace, non ha rischi ed ha un costo basso. Attualmente l’84% dei bambini del mondo sono vaccinati con il vaccino DTP, come pure con il vaccino contro il morbillo. Leggermente inferiore (81%) la percentuale di diffusione del vaccino contro l’epatite B. Assai più bassa, invece, la copertura vaccinale per l’Haemophilus influenzae (52%), batterio che causa meningite e polmonite, lo pneumococco (25%) e i Rotavirus (meno del 18%), la causa più comune di diarrea grave.

Il nostro Paese è sempre stato all’avanguardia, con una forte tradizione di promozione delle vaccinazioni come misura di salute pubblica. Il recente Piano Nazionale Vaccini è basato su solide evidenze scientifiche. Tuttavia, la copertura vaccinale negli ultimi anni è purtroppo, lentamente ma inesorabilmente, peggiorata. Al punto che l’OMS ci ha ammonito con un cartellino giallo: la copertura vaccinale è scesa sotto la soglia di sicurezza per diverse malattie.

Mantenere coperture vaccinali elevate riduce in modo drastico le probabilità di trasmissione dei microbi, proteggendo anche coloro che non possono vaccinarsi, ad esempio perché affetti da immunodeficienze, tumori, malattie croniche: in Italia sono 1.500, ad esempio, i bambini malati di cancro. Le vaccinazioni sono dunque importanti non solo per il singolo che le effettua, ma anche indirettamente per tutta la comunità. Vaccinare contro una determinata malattia un’alta percentuale di persone per un lungo arco di tempo significa impedire al microbo di trasmettersi (vedi anche quanto discusso al punto 3d2. Coperture vaccinali e controllo delle malattie prevenibili da vaccini). E’ il caso del vaiolo: i nostri figli neppure si vaccinano più contro questo virus, perché le precedenti generazioni l’hanno fatto, fino a far scomparire questo micidiale flagello, che in epoca pre-vaccino mieteva nella sola Europa 700.000 vite l’anno. Il virus è stato ormai eliminato in tutto il mondo. Per questo, dunque, vaccinarsi è anche un atto di solidarietà sociale e responsabilità globale.

La ridotta percezione del rischio spesso rende i genitori restii a vaccinare i propri figli. Ma dove si verifica -ad esempio per guerre – un abbassamento della copertura vaccinale, spesso malattie quasi dimenticate tornano a colpire, con il rischio di diffondersi anche altrove. Ne è testimonianza il recente ritorno della poliomielite in Siria, Afghanistan, Pakistan e Nigeria dove, per situazioni di fragilità sociale, non è possibile raggiungere tutti i bambini con i vaccini. Perfino l’Europa potrebbe rischiare il ritorno della poliomielite se non rafforzerà le politiche di vaccinazione. In altri casi, la causa della scarsa propensione alla vaccinazione è la poca consapevolezza della potenziale gravità di alcune malattie infettive – come il morbillo – e delle loro conseguenze (Roberts, 2015). Oppure, la convinzione che sia meglio per il sistema immunitario contrarre la malattia piuttosto che vaccinarsi: in realtà è vero il contrario, perché le malattie possono causare complicanze gravi mentre i vaccini sono il migliore allenamento per il sistema immunitario.

Negli ultimi anni l’Inghilterra ha dovuto fare i conti con un’epidemia di morbillo che ha causato numerosi morti: stime locali parlano di circa un milione di ragazzi fra i 10 e i 16 anni non vaccinati. Si tratta della generazione su cui ha pesato di più l’assenteismo vaccinale indotto dallo studio, dimostrato del tutto falso, sulla relazione tra vaccinazione e autismo. Nonostante la comunità scientifica internazionale, l’UNICEF e l’OMS abbiano affermato ripetutamente e senza dubbio alcuno la non pericolosità dei vaccini, fonti senza una base scientifica continuano a provocare una scarsa propensione delle persone alle vaccinazioni. In Italia, ad esempio, sono ancora poche le ragazze che decidono di vaccinarsi contro il papilloma virus, responsabile del cancro della cervice dell’utero.

Sulla sicurezza dei vaccini a nostra disposizione sono disponibili dati scientifici affidabili: i possibili effetti collaterali sono noti, sono in genere lievi e temporanei, e i benefici superano di gran lunga i possibili rischi. Non utilizzare a dovere i vaccini è perciò un delitto. La sfida che abbiamo davanti è non lasciarci disorientare dalle menzogne che dilagano purtroppo anche grazie ad Internet, e utilizzare i vaccini e anche promuoverne la diffusione, in particolare nei luoghi e per gli strati sociali che più ne hanno bisogno. E’ un errore gravissimo pensare che non ci sia motivo di vaccinarsi contro malattie prevenibili perché quasi debellate nel nostro Paese. Molti agenti infettivi restano in circolazione in alcune parti del mondo, e la globalizzazione – con i viaggi all’ordine del giorno, i flussi migratori e le sacche di povertà – rende la vaccinazione lo strumento fondamentale per la difesa della salute di tutti.

Il nostro Paese vanta una tradizione straordinaria dal punto di vista dell’invenzione, dello sviluppo e della produzione industriale dei vaccini, oltre che dell’implementazione di sagge politiche vaccinali. Ricordiamo ad esempio il caso della poliomielite. Contro questa malattia, miliardi di persone in tutto il mondo sono state vaccinate grazie alla produzione italiana del vaccino: Albert Bruce Sabin, medico e virologo polacco, concesse infatti il vaccino che aveva messo a punto – e che decise di non brevettare – alla Sclavo di Siena. Questa grande tradizione continua: sia dal punto di vista della produzione, perché l’Italia esporta molti più vaccini di quanti non ne importi, sia dal punto di vista del contributo innovativo. I vaccini coniugati contro il Meningococco di tipo A e di tipo B sono infatti il risultato della ricerca italiana, che oggi guida molti degli sforzi europei nel settore della messa a punto e del trasferimento industriale dei vaccini. Questo patrimonio si colloca nel contesto di una forte ricerca in campo immunologico, epidemiologico e di salute pubblica che caratterizza il nostro Paese. Sono molte le prospettive e sfide che si aprono innanzi a noi per generare vaccini che rispondano ai bisogni di salute globale.

Le due parole chiave sono ricerca e condivisione. Per mettere a punto nuovi vaccini, sempre più efficaci è fondamentale capire meglio come funziona il sistema immunitario, dalla memoria immunitaria a quella, di più recente scoperta, dell’immunità innata. Abbiamo bisogno di nuovi adiuvanti che attivino le difese più adatte, per orientare la risposta immunitaria nella direzione più utile. Abbiamo bisogno di vaccini che fermino i microbi prima che questi penetrino nel nostro corpo, bloccandoli quando entrano in contatto con le mucose.

Un campo del tutto nuovo, attualmente agli inizi, è rappresentato dai vaccini contro le malattie sempre più diffuse perché legate all’aumento dell’aspettativa di vita: tumori, arteriosclerosi, degenerazioni del sistema nervoso. Vaccini dunque di tipo terapeutico che, al momento, non sono utilizzati neppure contro gli agenti infettivi, un approccio innovativo che al momento è ancora una sfida di livello scientifico. Abbiamo le prime prove di principio: questo approccio può funzionare. Certo la strada è ancora lunga, ma se questi studi avranno successo potranno fare da apripista per approcci di tipo vaccinologico ad altre malattie degenerative, oltre che riaprire la strada per l’utilizzo dei vaccini terapeutici anche nelle malattie infettive.

La sfida che, più di tutte, rimane attuale e pressante è quella della condivisione. Oggi disponiamo di strumenti straordinari, che consentono di prevenire e arginare flagelli globali: i vaccini di base per i bambini, quello contro l’HPV per la salute femminile, quello contro l’epatite B per prevenire alcune forme di cancro del fegato. Queste armi così efficaci, tuttavia, spesso non sono accessibili nelle nazioni più povere a causa del loro costo. La loro condivisione, dunque, così come quella degli altri strumenti di tutela della salute che svilupperemo in futuro, è fondamentale per ridurre le inique e pericolose disuguaglianze di salute nelle diverse aree del mondo.