L’immigrazione: nodi e prospettive

 

-di FRANCO LOTITO*-

L’INGANNO E LA PAURA

C’è un filo rosso che tiene insieme la crisi della costruzione europea, l’avanzata elettorale di un populismo sovranista e il preocccupante stato di inquinamento xenofobo e razzista dell’ambiente europeo; ed è la paura dell’ “invasione”. Secondo una recente rilevazione di “Eurobarometro” il 48% degli intervistati ha dichiarato che il problema principale dell’Europa è l’immigrazione proveniente dall’Africa e dal Medio Oriente.

La paura è un sentimento spietatamente reale che scava le coscienze nel profondo. Ma le ragioni che la scatenano invece, no; non hanno fondamento. I numeri di Eurostat, di IDOS e quelli riproposti dall’ultima news-letter di “Nuovi Lavori” sono chiari ed inequivocabili e smentiscono senza pietà le sciocchezze degli xenofobi. Eppure, per quanto statisticamente evidente, la verità soccombe sotto il peso della loro azione manipolatoria.

In questa retorica tutto si tiene: il populismo aggressivo, l’imbarbarimento del linguaggio civile, l’invettiva anti-cosmopolita e, sempre più giù, un rancore anti-europeista ed anti-democratico, fino al manifestarsi di pulsioni manifestamente fascistoidi

La sfasatura tra la realtà ed il modo in cui questa viene percepita è clamorosa e pericolosa, e – ne sono convinto – ci interpella direttamente come donne e uomini che spendono il loro impegno nella ricerca culturale, nella vita politica e nell’azione sociale per l’affermazione di un umanesimo solidale e democratico. Sicché, di fronte alla portata di questo processo – dobbiamo esserne consapevoli – non basta la pur doverosissima deplorazione: un sentimento nobile, ma ormai palesemente insufficiente se si limita a testimoniare la buona coscienza civile. Occorre qualcosa di più, occorre un impegno di contrasto vero che deve iniziare già sul terreno culturale. Lo stuolo dei politicanti coltivatori della paura non è poi così numeroso, ma si avvale di un supporto mediatico che pratica deliberatamente la contraffazione della verità e di un’attività editoriale aggressiva e spregiudicata. L’islamofobia non ha giustificazione nei numeri eppure – rivela IDOS – fino al 2015 i libri che veicolano l’odio e la paura nei confronti dei musulmani hanno venduto complessivamente oltre un milione di copie. Quelli di contenuto positivo non superano le 50mila copie. Sulla scia della tragedia di “Charlie Hebdò”, Michel Hullebecq ha venduto 500mila copie del suo “Soumission”. Della serie: “come ti trasformo un’immane tragedia in un business editoriale”.

LA DIMENSIONE EUROPEA

Il teatro delle operazioni del sovranismo xenofobo è l’Europa ed è dunque in Europa che va giocata la partita dell’immigrazione, innanzitutto contrastando la clandestinità e mettendo ordine nella politica di ripartizione dei flussi. Faccio parte della schiera degli europeisti tenacemente convinti che però vuole un’Europa più assertiva e determinata nei confronti di chi, dall’interno ne sbeffeggia i valori e le scelte politiche. Sto parlando dei cosiddetti “4 di Visegrad”, che presto potrebbero diventare “5” dopo l’affermazione di Sebastian Kurz in Austria; della Polonia del sig. Kaczinsky, che non più tardi di 9 giorni or sono ha salutato con grande compiacimento l’adunata para-nazista di Varsavia; del sig. Viktor Orban, che ostenta pose apertamente autoritarie ed illiberali. A costoro occorrerebbe notificare con la necessaria fermezza che la condivisione delle politiche per l’immigrazione è condizione per continuare a far parte dell’Europa. Dall’Europa – come certifica la Brexit –  se ne può uscire, ma se ne può anche essere estromessi se non se ne rispettano i valori e le scelte politiche. Perché no?

E poi viva la verità! L’Europa ha bisogno degli immigrati senza i quali il suo tasso di natalità precipiterebbe ancora più velocemente. Non funzionerebbero gli ospedali, ed ampi settori dei servizi e delle stesse attività produttive e del commercio. E’ stato calcolato che entro il 2030 l’UE dovrà affrontare un serio problema di carenza strutturale di forza-lavoro qualificata in settori ad elevato contenuto professionale che non potrà coprire con le disponibilità dei cittadini europei, sicché a fronte di questi nuovi fabbisogni non potrà fare a meno di valorizzare i titoli di studio e le professionalità di cui spesso sono portatori gli immigrati. E’ dunque interesse della Comunità Europea adottare politiche di integrazione e di valorizzazione di queste risorse offrendo loro una prospettiva di vita e di lavoro in cambio – anche questo va detto con nettezza – della piena condivisione dei valori di democrazia, libertà, rispetto religioso e laicità della Stato che sono a fondamento della costruzione europea.

LA DIMENSIONE GLOBALE

Le migrazioni sono un fenomeno storico di dimensioni gigantesche, al tempo stesso drammatico e lacerante. Sono figlie della globalizzazione, del crescere di spaventose diseguaglianze,  delle guerre. E dell’avvento della comunicazione planetaria. Ormai Internet racconta tutto del mondo a tutto il mondo e suggerisce, a chi vive la disperazione nel Sud del pianeta, gli itinerari   della speranza.

Per questo nessuno può pensare di fermare chi fugge dai teatri di guerra e dalle città devastate dai bombardamenti. Chi, nel nostro continente – sempre più vecchio opulento e pacificato – volesse farlo deve chiedersi: “ che cosa posso fare io, il mio paese, l’Europa per riportare la pace in Siria, in Iraq, in Afghanistan, nel Corno d’Africa?” Perché la questione sta tutta qui: se non vogliamo importare rifugiati di guerra, dobbiamo esportare la pace.

La fortezza europea nella quale rinchiudere le nostre certezze materiali e spirituali è una illusione. Nessuno  può pensare di fermare con i muri ed il filo spinato chi fugge dalla fame ed è disposto a mettere in gioco la sua vita pur di coltivare una nuova speranza. Chi volesse farlo deve chiedersi: “cosa posso fare io e le istituzioni nazionali e comunitarie nelle quali vivo, per restituire alle popolazioni africane del Sudan del Corno d’Africa della Nigeria l’aspettativa di un futuro accettabile nella loro terra”.

Allora la cosa più realistica da fare è dare il  via ad un grande piano per la ricostruzione dei territori e delle città devastate dalla guerra, a partire dall’Iraq e dalla Siria, e molti dei rifugiati torneranno ad abitare la loro terra ed a lavorare per la sua rinascita.

Si dia vita ad un massiccio piano di investimenti e di aiuti che trascini le popolazioni africane fuori dalla miseria e dal sottosviluppo, ed i mercanti di morte non avranno più nulla da traghettare lungo le rotte del mediterraneo. Il nostro compito – per dirla con le parole di Papa Bergoglio – deve essere quello di restituire a quelle popolazioni “il diritto di non essere obbligate ad emigrare”.

IL MEDITERRANEO

In questo contesto generale occorre riproporre la necessità di una politica europea per il Mediterraneo che vada ben oltre i pur necessari programmi  emergenziali legati agli sbarchi ed alla prima accoglienza. Qui si tratterebbe di recuperare lo spirito e lo sguardo lungo delle proposte che Romano Prodi avanzò durante il suo mandato presidenziale alla Commissione Europea.

L’idea di fondo era quella di strappare l’area del Mediterraneo alla sua marginalità geo-strategica facendola diventare un’area di sviluppo capace di coinvolgere i paesi rivieraschi al di qua e al di là del Bacino Mediterraneo costruendo una rete di scambi,  di rapporti economici,  finanziari e culturali.

All’epoca furono messi allo studio due progetti di grande lungimiranza. Il primo prevedeva la creazione di una Banca del Mediterraneo che agisse come banca di investimenti in grado di finanziare programmi di sviluppo economico e costituita paritariamente da rappresentanti del mondo finanziario del Sud-Europa e del Nord-Africa. La seconda prospettava la costruzione di Università miste. Un’idea affascinante che prevedeva la realizzazione di sedi dirimpettaie, partecipate anche qui paritariamente da un egual numero di studenti e di docenti Nord Sud tutti vincolati all’obbligo di frequenza.

Pensate per un attimo su quale potenziale di integrazione positiva dal punto di vista economico, delle esperienze accademiche e della promozione dei saperi comuni avremmo potuto fare assegnamento! E quale straordinaria opportunità di rilancio e sviluppo ne sarebbe derivato per il nostro Mezzogiorno! Purtroppo non se ne fece nulla. Ebbene si tratterebbe di riprendere in mano quei progetti e rimetterli al centro del dibattito politico ed istituzionale con l’obiettivo di riproporli nell’agenda degli impegni comunitari.

Ci attende dunque, una impegnativa azione di contrasto culturale e di iniziativa politica e sociale per sconfiggere la percezione della paure e ripristinare la verità. Tuttavia dobbiamo avere anche ben chiara la complessità e la portata dei problemi che l’impatto dei flussi migratori genera  sull’organizzazione sociale ed economica dei paesi accoglienti, a partire dai nodi nuovi che interpellano direttamente il vissuto quotidiano; che se non affrontati con realismo e concretezza, possono compromettere seriamente il senso di una cittadinanza vissuta come convivenza sicura. A partire – s’intende – dal nostro Paese.

IL NODO POLITICO: LO JUS SOLI

In questo senso c’è già un campanello d’allarme che sta assordando il discorso pubblico, ed è la vicenda della legge sullo “jus soli, ancora oggetto di gran parlare e di poco fare.

Basta con i tatticismi! Lo “jus soli” è una legge di civiltà; e fa specie che in questa confusa congiuntura politica possa essere considerata poco più di un test per saggiare la possibilità di un’alleanza elettorale tra le forzo di centro-sinistra. La legge va approvata “a prescindere” e va approvata da questo Parlamento, prima che si concluda la legislatura. Perché si è perso tempo prezioso lasciando campo libero alla retorica xenofoba che ha potuto avvelenare i pozzi dell’immaginario collettivo facendo passare l’idea – balorda e grottesca – seconda la quale lo “jus soli” altro non sarebbe che l’avamposto dell’invasione imminente. Questo dunque, è il momento delle responsabilità politiche e morali. Il tempo parlamentare disponibile – al netto di quello necessario per l’approvazione della Legge di Bilancio – è davvero poco. Ma c’è! E va impiegato al meglio agendo con determinazione in due direzioni.

Innanzitutto occorrerebbe valutare con attenzione la possibilità di rivolgere un appello al Capo dello Stato per subordinare le tempistiche dello scioglimento delle Camere alla manifestazione di un voto definitivo dei due rami del Parlamento. In questo contesto – ed è la seconda linea – sarebbe legittimo chiedere al Governo di essere pronto a porre la questione di fiducia sullo “jus soli” ed alle forze dell’opposizione di sinistra, di essere altrettanto pronte a votare la legge. Anche se il Governo dovesse porre la questione di fiducia. Si tratta di un impegno politico da assumere subito, alla luce del sole che tutte le forze che abitano il campo del centro-sinistra debbono portare avanti.

IL NODO SOCIALE: IL PRINCIPIO DI CORRISPETTIVITÀ

E poi c’è una questione sociale da affrontare, ed è grande quanto una casa. La clandestinità vistosa e l’accidia forzosa sono i compagni più assidui della vita quotidiana dell’immigrato. E’ quello che noi incontriamo tutti i giorni davanti ai supermercati, ai semafori, sui marciapiedi. Sono giovani, quasi tutti, eppure stendono la mano, ed il loro  sorriso stentato coltiva la speranza che noi si dia loro qualcosa. La notte si rifugiano dove possono: nei centri d’accoglienza della Caritas, o magari – per avere un posto-letto – pagano il pizzo ad un capo-bastone che ha occupato illegalmente strutture abitative magari già assegnate a destinatari legittimi, per trasformarle in dormitori semi-clandestini.

E’ così – anche così – che si genera quel corto-circuito tra immigrati e cittadinanza in cui cresce il percepito di un fenomeno incontrollato, che provoca sempre meno compassione e sempre più disagio ed insofferenza, e che la predicazione xenofoba si incarica di trasformare in paura e in razzismo.

La verità è che l’impatto dei flussi migratori pone l’organizzazione sociale ed economica dei paesi accoglienti di fronte a nodi nuovi e straordinariamente complessi che interpellano direttamente il vissuto quotidiano, che se non affrontati con realismo e concretezza minacciano seriamente il senso di una cittadinanza vissuta come convivenza sicura.

In questo contesto, accoglienza lungimirante, cittadinanza condivisa e percezione della sicurezza vanno considerati come fattori coessenziali per allestire una efficace politica per la gestione dei flussi migratori; per l’Europa e per il nostro Paese. In questo senso occorre una visione nuova, aperta e ragionevole basata su quello che potremmo definire principio di corrispettività, cioè che impegni reciprocamente chi accoglie e chi viene accolto. In questo senso vanno affrontati tre nodi, il primo dei quali è proprio quello dell’accoglienza.

E’ chiaro che occorrono politiche dell’accoglienza basata sulla gestione dei flussi. L’Europa e l’Italia non possono lasciare questo aspetto nelle mani degli scafisti. La strada giusta da seguire è quella dell’attivazione dei corridoi umanitari. In questo contesto occorre chiamare l’ONU, che in questi giorni si è resa meritoriamente protagonista di una clamorosa denuncia delle attività schiaviste presenti sul territorio libico, a gestire – insieme a noi ed all’Europa, naturalmente – la gravissima emergenza umanitaria dei centri di raccolta; la riconferma dell’azione di soccorso e salvataggio in mare come impegno imprescindibile ed alla quale le ONG debbono poter continuare a fornire il loro apporto; la denuncia senza reticenze e la determinazione più alta nella lotta contro i mercanti di morte. Che restano tali, anche quando si propongono come interlocutori per la gestione delle coste libiche. Occorre infine una radicale revisione dell’Accordo di Dublino senza il quale la gestione dell’accoglienza a livello europeo non potrà mai funzionare.

Il secondo nodo da affrontare è quello della qualità del processo di integrazione sociale, civile ed economica. La diversità dell’esperienza umana, culturale e religiosa di cui è portatore l’immigrato non è una minaccia; al contrario va messa a frutto sociale come fattore di potenziale ricchezza sapendo – corrispettivamente – che quella diversità non sarà utilizzata da chi ne è portatore come una schermatura protettiva contro le “contaminazioni” dei valori di civiltà del mondo occidentale.

Deve essere interesse comune di chi accoglie e di chi viene accolto contrastare ogni forma di chiusura ghettizzante, da quelle di natura culturale e religiosa a quelle di carattere etnico, promuovendo da una parte ed aderendo dall’altra, alla pratica del confronto aperto e del dialogo interrreligioso.

Così la diversità produrrà arricchimento culturale, sociale ed economico se all’immigrato sarà offerto un percorso di integrazione fattiva di cui la Formazione – a partire da quella per l’apprendimento della lingua – e l’inserimento nel mercato del lavoro debbono essere i cardini essenziali. In questo senso si può pensare alla costituzione di un’Agenzia pubblica che favorisca da un lato l’attivazione di lavori socialmente utili in accordo con i Comuni, la Protezione Civile, il Terzo settore e dall’altro la promozione di forme cooperative tra gli immigrati. In questo modo, tanto per fare un esempio, si potrebbero coinvolgere i migranti nell’impegno civico di rammendare le smagliature, sempre più vistose ed allarmanti nelle grandi aree metropolitane, delle funzioni di cura del territorio, di manutenzione urbana, di gestione della raccolta differenziata e delle molteplici attività caratterizzate dalla discontinuità e dall’occasionalità per le quali è stato pensato lo strumento dei voucher. Corrispettivamente sta alla responsabilità dell’immigrato stabilire un trade off virtuoso con l’offerta sapendo che da questa disponibilità dipende il suo diritto di cittadinanza.

Mi sia permesso di segnalare questo aspetto del discorso sull’integrazione come il terreno sul quale le grandi organizzazioni confederali potrebbero svolgere un ruolo determinante di proposta originale, di mediazione sociale e di organizzazione della rappresentanza, offrendo in questo modo uno sbocco alle aspettative di tutela ed al tempo stesso anche una sponda preziosa per combattere le forme di clandestinità e di illegalità che affliggono le fasce più basse del mercato del lavoro.

Il terzo nodo da affrontare è quello dei valori. Non c’è dubbio che occorra mettere in campo un grande lavoro di mediazione culturale e religiosa per scongiurare il pericolo che il vissuto civile sia uno spazio contrattuale di pura e semplice coabitazione sgomitante e tendenzialmente litigiosa di etnie e comunità religiose chiuse ed autoreferenziali. I segni di questa minaccia ci sono e sono purtroppo evidenti nella realtà dei quartieri periferici delle grandi concentrazioni urbane.

A Quarto Oggiaro, alle Molinette, a Torpignattara crescono linee di frattura allarmanti che parlano del disagio, del senso di abbandono degli abitanti che, a torto o a ragione si sentono minacciati da quello che percepiscono come un processo di slittamento identitario dell’habitat culturale che prepara l’islamizzazione dello spazio civile. E’ lì che deve rientrare lo Stato democratico, quando occorre, con i suoi sistemi di sicurezza contro ogni forma di comportamento meno che legale. Lì debbono entrare gli strumenti dell’integrazione di cui abbiamo parlato sin qui, ma soprattutto è lì che debbono entrare i valori.

Nulla può avere diritto di cittadinanza in un contesto di integrazione al di fuori del pieno rispetto di una griglia di valori fondamentali di cui la legalità democratica, la laicità dello Stato, la libertà religiosa e la dignità della donna costituiscono l’ordito fondamentale. Lo sono per chi accoglie, debbono esserlo senza riserve per chi viene accolto.

A questo punto del discorso sarebbe necessario aprire un altro capitolo di riflessione per indagare le conseguenze profonde di un processo di integrazione sociale e civile che ammetta la diversità come ricchezza. Quale sarà, anzi quale deve essere l’approdo maturo di questo processo dal punto di vista dell’ibridazione dei costumi, dei modelli culturali, delle abitudini quotidiane, dei modelli di consumo?

Se chiediamo agli altri di cambiare qualcosa di sé per vivere insieme a noi, è giusto o no chiederci che cosa siamo disposti a cambiare in noi per raccogliere quanto di buono e di utile c’è negli altri?

Per trovare le risposte giuste occorrerebbe cominciare ad elaborare una teoria della società integrata. Che ancora non c’è, di cui però comincia ad avvertirsene l’urgenza ed il bisogno.

 

*la relazione che segue è stata presentata ad un Convegno allestito da KOINÈ il 20 novembre scorso.