Le teologie della proprietà privata dai primordi alla globalizzazione

-di CESARE SALVI*-

Vi sono numerosi libri sulla storia del pensiero sulla proprietà. Tuttavia mi sembra che lascino un vuoto. Se si leggono i più recenti, quelli di Garnsey e Pierson, ben documentati e ricchi di interessanti ragionamenti, sembra che le dottrine esaminate e discusse vivano per così dire di vita propria. Gli argomenti di Aristotele e di Locke, degli illuministi e degli scrittori comunisti ecc., nell’arco di due millenni, si confrontano tra loro e con l’oggi, in una sorta di astratta contemporaneità; come un dibattito infinito e, al tempo stesso, ripetitivo.

Naturalmente, non c’è da farne colpa agli autori, che hanno svolto al meglio il loro mestiere: esporre e discutere quello che, nel tempo, è stato scritto sull’argomento.

Mi sono posto un altro obiettivo: provare a collegare (nelle grandi linee) il pensiero sulla proprietà con l’evoluzione delle formazioni economico-sociali, con i problemi politici delle diverse epoche, con il diritto vigente e i suoi cambiamenti. Compito improbo nella sua interezza, perché richiederebbe non solo conoscenze difficilmente disponibili per un singolo studioso (almeno per me), ma anche dimensioni imponenti.

Ho quindi scelto una chiave di lettura dei testi, che è quella delle giustificazioni della proprietà privata, che si sono succedute nella storia, di fronte alla ricorrente domanda: perché l’umanità è divisa, a partire dalla c.d. rivoluzione neolitica, tra chi ha (una minoranza più o meno numerosa) e chi non ha (la grande maggioranza)?

Nell’immaginario della civiltà occidentale, ha scritto Berti, 62 s., “la nascita della proprietà privata è irrimediabilmente connessa a un passaggio traumatico, che le attribuisce per sempre un connotato negativo”; e da allora viene a trovarsi in un campo di tensioni, dove resterà fino a oggi.

Nella storia delle giustificazioni (e delle critiche) della proprietà privata, vediamo prevalentemente teorie basate su fondazioni ultramondane. Dapprima, fino a Locke compreso, l’esplicito richiamo al volere della divinità; successivamente, attraverso la “ipostatizzazione” di una realtà o di un pensiero trasformati in valore astratto, in metafisica.

È in questo senso (e quindi non in quello della teologia politica di Schmitt) che parlo di “teologie” della proprietà privata.

E un aspetto teologico, com’è stato notato da molti studiosi, caratterizza il dominio dell’individualismo possessivo nell’attuale fase del capitalismo, quello della globalizzazione finanziaria e neoliberista.

Qualche parola sulle ragioni che mi hanno indotto ad affrontare anche temi estranei al mio specialismo.

Vi è anzitutto una ragione metodologica di ordine generale: per il giurista “gli apporti della storia, dell’economia, della filosofia, della sociologia, dell’antropologia rappresentano il solo modo per una comprensione integrale del fenomeno” (Rodotà, Il terribile diritto, 446).

E ciò è particolarmente vero per la proprietà, perché quegli apporti consentono di relativizzare il modello occidentale, basato sull’individualismo possessivo (per usare la fortunata espressione di C. B. Macpherson). Un modello che esprime non la forma astorica, generale e astratta, ma una delle forme, storicamente determinata, dell’appropriazione e dell’uso dei beni.

Queste considerazioni metodologiche mi sembrano particolarmente attuali oggi.

Di fronte alla perdita di centralità del Codice, allo svuotamento e alla banalizzazione della Costituzione, alla crisi della gerarchia delle fonti, alla pessima qualità e quantità della legislazione nazionale ed europea, alla giurisprudenza strabordante (fenomenologie segnalate di recente da molti autori), lo studioso del diritto civile può utilmente dedicarsi all’interpretazione e alla sistemazione dei dati normativi e giurisprudenziali, nel tentativo di dare un senso a quei dati (anche se spesso un senso non ce l’hanno).

C’è però anche un altro compito, quello di concorrere alla formazione di un sapere critico; e ciò richiede in primo luogo di affrontare il tema dei valori della modernità; in secondo luogo di allargare l’orizzonte della ricerca, oltre il terreno dello specialismo; e di allargarlo sull’oggi, ma anche sul passato, senza il quale l’oggi non è comprensibile. Come è stato scritto, “solo inserendo il diritto globale sul grande schermo della storia esso acquista contorni più chiari, sia con riferimenti al passato più recente, sia con riferimenti al passato più remoto” (Ferrarese, 23).

Ho provato a seguire questa strada, con riferimento al passato più recente, nel mio “Capitalismo e diritto civile”. Quando poi sono tornato a occuparmi della proprietà privata, ho avvertito l’esigenza di un orizzonte più ampio, che si è via via esteso a comprendere, da un lato, il passato più remoto, dall’altro, i risultati di altri specialismi (incoraggiato dal precedente dell’Antropologia giuridica di Sacco).

Infine, la struttura del libro. Dapprima (capitoli I-IV) ripercorro il “passato remoto”, nel quale tanto la giustificazione, quanto la critica, della proprietà privata sono per lo più fondate sulla volontà divina.

Nei due capitoli successivi parlo dei processi attraverso i quali l’individualismo possessivo da teoria politica diviene il fondamento giuridico della modernità. Dapprima la “grande trasformazione” decritta da K. Polanyi; poi la seconda grande trasformazione, nel cui tempo viviamo (la “globalizzazione”, come si usa dire), e nella quale la forma dominante di proprietà ha il contenuto smaterializzato di ricchezza finanziaria.

A partire dal VII capitolo, seguo le origini e gli sviluppi di quelle che chiamo, per le ragioni che il lettore troverà nel libro, teologie moderne della proprietà: le tre grandi culture (e movimenti politici e sociali) del marxismo, della dottrina sociale della Chiesa, del liberismo vecchio e nuovo, che si esprime oggi, dietro lo schermo del secolarismo, nella “divinizzazione del mercato” di cui parla papa Francesco nell’enciclica Laudato sì.

Di fronte alla crisi valoriale prodotta dall’odierna globalizzazione (cap. X), c’è una risposta? Le mie riflessioni in proposito sono nelle pagine dell’ultimo capitolo.

* Introduzione del libro di Cesare Salvi: “Teologie della proprietà privata”, Ribbettino, 2017, pp 180, euro 14,00