La fede nel dialogo in un mondo impaurito

-di GIORGIO BENVENUTO*-

Ragionare sul valore e l’importanza del dialogo può sembrare esercizio perfino futile in tempi nei quali la comunicazione siede ai comandi della convivenza.

Eppure almeno per un paio di ragioni una riflessione sul valore del dialogo appare assai opportuna. In primo luogo è innegabile che il dialogo interreligioso oggi interroga anche la cultura laica e non solo per i risvolti che esso può avere in merito all’estremismo terroristico che mentre semina morte si nutre di ragioni pseudo religiose. Ma anche perché le fragili ragioni della pace rischiano di rendere ancor più incerte le sorti di aree del mondo un tempo determinanti a partire dall’Europa.

Ma c’è un terzo elemento che va considerato quando si ragiona di dialogo: il cammino verso la giustizia si è fatto più impervio a causa degli effetti di una pratica economica e di potere della globalizzazione che ha accentuato le diseguaglianze in modo sempre più spesso intollerabile e pericoloso. Le vie di un dialogo teso ad affrontare le cause della frammentazione sociale sarebbero preziose e potrebbero favorire il ritorno a forme di coesione.

Nel nostro Paese ed in Europa è logico che il dialogo fra credenti e non credenti abbia avuto sempre un significato speciale. Fin dai tempi in cui Teodosio decretò che la religione cristiana era quella ufficiale dell’Impero, proibendo gli altri culti fino a far spegnere il fuoco del tempio di Vesta nel Foro Romano acceso da più di mille anni, il corso della vita religiosa e di quella laica si è intrecciato generando anche guerre sanguinose, persecuzioni, esclusioni. Non è questo il luogo per rivangare episodi fin troppo noti della storia europea, dai guelfi contro i ghibellini alla Guerra dei trenta anni, dalla Inquisizione ai roghi nelle piazze. Così come è indubbiamente rilevante il contributo del monachesimo nel conservare la cultura classica esercitando al tempo stesso un ruolo unificante in Europa. E quando il Rinascimento pone l’uomo al centro della storia e del suo destino questo non avviene in contrasto con la religione.
Al fondo dei conflitti e delle avversioni che hanno caratterizzato buona parte dei secoli che abbiamo alle spalle ci sono motivazioni politiche, economiche e di potere. Ma è un fatto che il fattore religioso più di una volta ha fatto da spartiacque fra i vari contendenti più che esercitare un ruolo di conciliazione. Questo ragionamento conduce a dire che nulla è stato mai pacifico nella storia. Anche la pratica del dialogo che vede protagonista la religione cristiana, inteso come comprensione delle altrui ragioni, è il frutto di un percorso storico quanto mai tortuoso, difficile, contraddittorio. Un fatto che non dovremmo mai dimenticare osservando il comportamento attuale della Chiesa di Roma che è ormai una “galassia” mondiale, assai meno Istituzione ma molto di più motore di evangelizzazione, di etica, di solidarietà.

Ecco perché non ci si può non soffermare in avvio di riflessione sul tema del dialogo sui rapporti fra cristianesimo e laicità, su quelli che intercorrono inoltre fra dottrina sociale della Chiesa e riformismo di sinistra.

Sarebbe assai confortante, intanto, poter spiegare il temine dialogo con le belle parole di Emma Bonino: “Non ci può essere alternativa alla via del dialogo e del confronto. Il dialogo, è in realtà, lo strumento dei forti”. Purtroppo in questo periodo sono proprio i forti ad atteggiarsi in modo antitetico a quello che fa del dialogo con le altre posizioni culturali, politiche o sociali un punto di partenza vantaggioso per l’intera società tanto ben descritto da Norberto Bobbio: “La prima condizione perché il dialogo sia possibile è il rispetto reciproco, che implica il dovere di comprendere lealmente ciò che l’altro dice”.

Riflessione che “rimbalza” in una altrettanto efficace frase di Papa Giovanni XXIII: “Guardarsi negli occhi senza sfidarsi; avvicinarsi gli uni e gli altri senza incutersi paura… cercare il dialogo tenendo presente la differenza fra errore ed errante”. Già in queste brevi proposizioni si può comprendere come, ad esempio, fra cultura laica e cultura cristiana i punti di contatto, non formali od episodici, ci sono stati e possono esserci ancora diventando forieri di sviluppi di grande interesse per affrontare gli squilibri esistenti.

In queste considerazioni emergono anche due altri spunti da tener in considerazione e che fanno parte, fra l’altro, della migliore tradizione della storia del movimento operaio. Esse, tutte, conducono ad una inevitabile conclusione: il dialogo presuppone l’esclusione di atteggiamenti di odio, di egoismo, di settarismo; il dialogo è un importante apripista di un valore di cui oggi più che mai si sente la mancanza, vale a dire quello della solidarietà. Però il contesto storico, va detto con chiarezza, nel quale ci muoviamo è per più di un motivo perfino ostile alla pratica del dialogo. Non è solo un problema di accentramento delle decisioni, né del prevalere di forme di leaderismo autoreferenziale, né di debolezza progettuale delle classi dirigenti. È anche la conseguenza di un malinteso assorbimento delle novità tecnologiche e culturali in atto che fanno dire al filosofo Baumann recentemente scomparso: “I nuovi rapporti vivono di un monologo e non di dialogo, che si creano e si cancellano con un clic di mouse…”. Non c’è più la… pazienza del dialogo, la profondità del dialogo, la curiosità del dialogo. E molto resta in superficie, limitato da slogan e da tweet che nascono e muoiono in un attimo, da spot buoni per un talk show ma non per dare soluzione ai problemi.

Ed allora ricercare, scavare, interrogarsi, farlo anche per il passato allo scopo di rintracciare quel filo rosso del dialogo che ha determinato eventi, cambiamenti, miglioramenti del vivere collettivo come si sforza di fare questa pubblicazione è, a mio parere, tuttora essenziale. Non nel senso di compiere una operazione nostalgia, ma semmai per incoraggiare una nuova speranza.
Avvicinare nella memoria scelte e convinzioni di protagonisti della nostra storia che poggiano sulla convinzione che il dialogo sia sempre una chiave potente per scardinare chiusure, intolleranze, soprusi, ingiustizie vuol dire salire sul piano nobile dello sforzo compiuto dalle migliori espressioni della nostra cultura, della nostra politica, della elaborazione che ha condotto a tante vittoriose lotte sociali.

Entrando in rapporto fecondo anche con quello spirito religioso con il quale la cultura laica, quando ha abbandonato gli eccessi di laicismo, si è misurata con indubbia utilità anche per se stessa e per gli obiettivi più generali di crescita civile ed umana delle nostre società.
Si pensi alla presenza della Chiesa sui problemi sociali e del lavoro. Nel magistero ecclesiastico c’è una innegabile continuità che si accompagna ad una capacità di affrontare con la necessaria duttilità le trasformazioni in atto. Di conseguenza il magistero sociale non si è costretto ad inseguire novità e sfide, ma è riuscito ad osservarle nel loro divenire. Ma, fatto ancora più interessante e significativo, il complesso di questa “produzione” si può anche interpretare come una continua apertura al dialogo con le altre culture proprio in quanto si è messa continuamente in gioco nel procedere storico delle vicende politiche e di quelle dell’economia tanto intrecciate con il destino dei gruppi sociali meno favoriti e più poveri.
Dalla Enciclica Rerum Novarum in poi si è sviluppato uno sforzo continuo di aggiornamento della lettura della realtà economica e sociale che ha permesso ai Papi di tenere il passo nei riguardi di ben quattro sconvolgenti rivoluzioni industriali. Ma domandiamoci anche come mai questo continuo lavoro di interpretazione dei cambiamenti sia riuscito nel tempo a fare breccia nelle componenti laiche e socialiste (poi anche comunista) della classe lavoratrice. E’ innegabile che questa contaminazione sia avvenuta ed abbia favorito condizioni di dialogo positive per questi mondi per un sincero e credibile spirito volto ad immedesimarsi nelle modificazioni della società. Senza sostituirsi alla politica od al sindacato. Rimarcando invece che il terreno in cui si ricercano le risposte e ci si esprime con moniti ed auspici è etico e religioso. Eppure non si può non notare come in questo inizio di terzo millennio la dottrina sociale della Chiesa sia riuscita a cogliere con acutezza e talvolta con occhio anticipatore le questioni cruciali della evoluzione dell’economia mondiale e del lavoro. E si è schierata senza esitazioni, con motivazioni convincenti e credibili, dalla parte dei più deboli, proprio mentre la cultura di sinistra, riformista e non massimalista, arrancava senza bussola, ed aveva perso autorevolezza con il prendere a prestito dalle mode contingenti spezzoni di soluzioni. Ma così ha ottenuto il risultato di precludersi la possibilità di dare forza a scelte in grado di cambiare le cose.
Perché il riformismo non riesce più ad essere credibile come un tempo mentre tale credibilità i Pontefici invece l’hanno accresciuta? Si possono dare diverse risposte a tale proposito. La Chiesa, a differenza del riformismo di sinistra, ha mantenuto nei decenni inalterato uno spirito critico nei confronti del capitalismo e della finanza. Prudente quanto si vuole, ma chiaro. E progressivamente ha… contenuto questa prudenza con moniti sempre più energici. Spingendo i cristiani a sporcarsi le mani senza timidezze; l’invito di Giovanni Paolo II non è ambiguo: “Non abbiate paura”.
Ed è, non dimentichiamolo, quella stessa Chiesa che ritiene la proprietà privata un diritto naturale. Il riformismo invece ha subito una notevole mutazione regressiva, con una sudditanza alle ragioni del liberismo e dello strapotere finanziario che lo ha allontanato sia dai lavoratori e dagli emarginati che dalla possibilità di elaborare soluzioni per costruire una politica di governo che decida nuovi diritti e sani vecchie ingiustizie.

La pastorale della Chiesa è da tempo assai netta nel denunciare l’accentrarsi della ricchezza in poche mani; si pensi alla dura reprimenda nei confronti di quella imprenditoria che adotta licenziamenti per “manovre economiche” , giudicata da Papa Francesco un “peccato gravissimo”. Una “sentenza” che non troveremmo di certo nelle analisi e nelle dichiarazioni di tanti politici europei ed italiani, anche sostituendo il termine di “peccato” con quello di “ingiustizia” o quello di “arbitrio”. Dovremmo rifugiarci in decenni lontani per trovare personalità in grado di sbilanciarsi tanto: solo per rimanere in casa nostra un Nenni, un Lombardi, un Brodolini, un La Pira, un Donat Cattin, un Berlinguer, un Don Milani tacendo i nomi di tanti generosi e coraggiosi dirigenti sindacali.

Ma l’arretramento più vistoso è nell’accantonamento del valore della solidarietà, considerato dalle tesi liberiste un inutile orpello, per giunta fuori moda, ed accantonato per un conformismo senza anima da ampi settori del riformismo allarmati dal rischio di perdere il rapporto con il mondo economico che conta. Una sorta di resa riformista senza condizioni agli egoismi economici e sociali che contrasta però con le battaglie compiute fra mille difficoltà ma con grande passione dalle forze del socialismo riformista nel “secolo breve”.
Eppure quando Leone XIII rese pubblica l’Enciclica Rerum Novarum, il movimento operaio stava già conducendo lotte storiche per difendere la dignità dei lavoratori, migliorare le loro condizioni a partire dalle otto ore e la lotta contro lo sfruttamento del lavoro dei minori e delle donne.

Il salto di qualità che Leone fa compiere alla Chiesa travalica la comprensione dei problemi del lavoro, l’accettazione del libero associarsi dei lavoratori che viene affermata a chiare lettere pur conservando una dura condanna del socialismo rivoluzionario e mantenendo una preferenza per la tradizione delle corporazioni. L’Enciclica aprì un capitolo fondamentale nella storia della Chiesa. Mise in moto processi di partecipazione alla politica dei cattolici, soprattutto progressisti, di grande valore e che si incroceranno successivamente con il percorso compiuto dalla sinistra riformatrice e non rivoluzionaria. L’Enciclica aprì gli occhi alla comunità cattolica sulla necessità di dotarsi di una diversa concezione della giustizia e dei diritti. Dichiarò compatibile con la dottrina il libero associarsi dei lavoratori. Ma soprattutto è la figura del Papa che assunse da allora una dimensione diversa agli occhi dei più deboli come dei potenti. Il Papa-Re diventa un Pontefice difensore degli sfruttati. Il potere temporale ormai finito per sempre lascia il passo ad un diverso e più libero potere: quello di schierare la morale e l’evangelizzazione al servizio della giustizia. Naturalmente non tutto sarà lineare, non tutto verrà espresso con la stessa determinazione. Ma la direzione di marcia non cambierà più.

Sono passati pochi decenni dal tempo in cui nel suo libro di viaggi “Passeggiate romane” Stendhal così definiva i Papi: “Il Papa esercita due poteri molto differenti: come sacerdote può donare la felicità eterna alla stessa persona che, come Re, può far decapitare”. Questa descrizione esprime bene il potente cambiamento che si è determinato con l’avvento di Leone XIII. Anche se il buon Stendhal riconosceva che i “Papi che hanno regnato dopo il ‘700 sono stati gente di valore. Nessuno Stato può presentare una simile lista di sovrani negli ultimi centoventinove anni”. Questa citazione il buon Stendhal avrebbe potuto ripeterla probabilmente pari pari oggi, se fosse vissuto ai tempi nostri, osservando un’altra sequenza: quella dei Pontificati che si sono succeduti nel ‘900 fino all’attuale terzo millennio. Leone XIII è il primo di una successione di protagonisti della storia della Chiesa che di volta in volta hanno associato il richiamo ai temi del lavoro a prese di posizioni estremamente forti nei confronti delle tragedie delle due guerre mondiali, a sostegno della difesa della dignità e della libertà umana, a supporto del concetto di progresso non come cinico arricchimento ma come opportunità per tutti a cominciare dal vedersi riconosciuto il giusto salario e il diritto ad essere trattati da persona e non da schiavi.
Così Benedetto XV implorò i governanti in guerra di mettere fine alla “inutile strage” ma al tempo stesso vede nello scoppio del conflitto mondiale anche ragioni derivanti da disordini sociali e ingiustizie. E ribadirà la “forza radicale della carità cristiana”. Pio X punta il dito su quel pensiero debole che in periodi più recenti si tramuterà nel relativismo. Pio XI si sofferma sulle questioni del bene comune e della giustizia sociale e vede nella cultura una base significativa per una società più giusta.

Pio XII nel 1942 ricorda la Rerum Novarum in pieno dramma della seconda guerra mondiale e torna sulla funzione anche sociale della proprietà, nonché sulla centralità del lavoro e della famiglia. Con Giovanni XXIII e Paolo VI , inoltre, la Chiesa riesce a spalancare porte e finestre della propria missione e della interpretazione dei problemi dell’economia (sempre più interconnessa sul piano mondiale) ad una dimensione internazionale che non abbandonerà più. Giovanni XXIII con il Concilio Vaticano II colloca la Chiesa a contatto permanente con le altre culture: per questo Pontefice il pensiero sociale della Chiesa è aperto a tutti. Il seme di un nuovo pluralismo comincia a crescere. E con Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco quella stessa Chiesa riesce a non far mancare la forza del suo messaggio sociale in un’epoca che ormai appartiene alla globalizzazione, ai relativismi, ai risorgenti populismi e razzismi.

Ma in tempi di risse, odio, divisioni va sottolineato che la cultura laica finisce per abbandonare alcuni pilastri della sua elaborazione come la ricerca della felicità, la promozione degli individui, la sicurezza e la solidarietà; la Chiesa invece rivendica la necessità di operare per una civiltà dell’amore (Paolo VI). Giovanni Paolo II aggiungerà che proprio per questo l’incontro fra culture diventa nuovo terreno di evangelizzazione. E Benedetto XVI ricorda a tutti, nel clima arroventato degli estremismi liberticidi e violenti, che “Dio è amore”.
Certo tradurre in pratica di governo le tante suggestioni che giungono da quel magistero è e resta una impresa improba. Ma la spinta a non abbandonare il terreno delle motivazioni ideali che arriva dall’impegno della Chiesa può diventare un potente alleato per una politica riformista coraggiosa e coerente.

Nel procedere verso una società più moderna riformismo e laicità hanno al loro attivo pagine fondamentali di progresso civile. Si pensi a capitoli della storia politica italiana come quello del divorzio e dell’aborto che hanno diviso l’Italia, ma che al tempo stesso hanno mantenuto in piedi condizioni di dialogo fra mondo cattolico e di sinistra, fino a far convergere settori dell’area politica e sociale cattolica a fianco dell’impegno svolto da laici e riformisti. Questa tradizione di impegno civile e le conquiste ottenute con le lotte sociali e l’iniziativa legislativa sembra non siano più in grado di esercitare alcuna influenza pur avendo cambiato volto all’Italia; si pensi solo allo Statuto dei diritti dei lavoratori voluto fortemente da un Ministro socialista Giacomo Brodolini e condotto a termine da un Ministro cattolico Carlo Donat Cattin con il contributo formidabile di intellettuali come Gino Giugni.
La Chiesa invece si è incessantemente misurata con i mutamenti della globalizzazione ed oggi mostra di avere acquisito progressivamente una marcia in più nei confronti del riformismo. Si pensi alla polemica con il relativismo che altro non è che la faccia più arrogante dell’egoismo economico che fa a pezzi i valori e l’etica in nome di una modernità che diventa appannaggio di chi arraffa ricchezza, sgretola le classi sociali, riduce il lavoro nuovamente ad una subordinata marginale e senza diritti del potere economico, è indifferente alle ragioni della democrazia e della libertà, impoverendo entrambe.

Cosa impedisce al riformismo laico di interloquire con tale tenace posizione della Chiesa, visto che molte delle preoccupazioni sollevate dai Papi sono le stesse che hanno animato le lotte e le conquiste delle forze riformiste in politica e nel mondo del lavoro?
L’incontro è possibile e sarebbe assai utile anche per le prospettive di una iniziativa sui grandi mutamenti della civiltà del lavoro, per sconfiggere le tendenze regressive. Anche perché in entrambe le culture i pilastri per rendere effettiva la promozione umana sono quelli legati alla centralità della persona e della comunità. Ricordiamo ciò che disse Olof Palme: “Il socialismo… pratica la solidarietà con lo sviluppare un senso della comunità. È internazionale nella misura in cui mantiene gli stessi obiettivi in tutto il mondo”. Frase che sarebbe del tutto accettabile per un Papa come l’attuale. Ma che dovrebbe essere presente nel bagaglio dialettico degli esponenti di un riformismo attualizzato e combattivo. Quella frase indubbiamente risentiva anche del radicale cambio di marcia del socialismo democratico dopo la svolta tedesca di Bad Godesberg.

Il documento della fine degli anni Cinquanta decretò per il socialismo tedesco (e non solo) l’abbandono della culla marxista per definirsi così:” Il socialismo democratico che in Europa affonda le radici nell’etica cristiana, nell’umanesimo, e nella filosofia classica, non ha la pretesa di annunciare verità supreme, non per mancanza di comprensione, né per indifferenza riguardo alle diverse concezioni della vita o verità religiose, bensì per il rispetto delle scelte dell’individuo in materia di fede, scelte sul cui contenuto non devono arrogarsi il diritto di decidere né un partito politico , né lo Stato”. In questo modo le frasi che di fatto aprono il documento di Bad Godesberg chiudono la lunga stagione di quell’anticlericalismo e di quell’ateismo marxista che le religioni cristiane, ed in particolare la Chiesa cattolica avevano tanto temuto. La libertà religiosa è un principio non esigibile per la Chiesa che vede in esso anche la motivazione più vera per opporsi ai totalitarismi. Bad Godesberg, inoltre, indica un percorso di collaborazione che può sostanziarsi su alcuni valori precisi e richiamati subito nel documento: libertà, giustizia e solidarietà. Già allora in questo testo, forse fin troppo dimenticato, si accusava l’economia moderna di essere “caratterizzata da un sempre crescente processo di concentrazione…” opponendo una strategia di partecipazione.
E ricordava i grandi passi avanti compiuti dal movimento dei lavoratori: “Nella sua lotta la classe lavoratrice poteva contare solo su stessa… nonostante i gravi rovesci e taluni errori, il movimento dei lavoratori è riuscito ad ottenere il riconoscimento di molte sue rivendicazioni. Il proletario di un tempo, privo di qualsiasi diritto o protezione, che doveva tribolare sedici ore al giorno per un salario di fame, ha ottenuto la giornata lavorativa legale di otto ore, la tutela del lavoro, l’assicurazione contro la disoccupazione, la malattia, l’invalidità, la vecchiaia. Ha ottenuto che fosse vietato il lavoro dei fanciulli e quello notturno delle donne, ha ottenuto la protezione dell’infanzia e della maternità… si è conquistato con la sua lotta il diritto di organizzazione sindacale, il diritto di negoziare i contratti, quello di sciopero e sta per affermare definitivamente il suo diritto alla cogestione…”

Un percorso analogo, fatto di tanti sacrifici, coraggio e tenacia, è stato compiuto dai lavoratori italiani con le loro diverse culture: cattolici, socialisti e laici, comunisti. È con questo sforzo solidale che sono riusciti a migliorare la nostra società, a renderla meno ingiusta, più civile. Molto ha contato la capacità di lottare assieme, di costruire proposte comuni, di sentirsi solidali nella stessa rivendicazione. E di difendere assieme i meno fortunati o i più esposti.
Nello stesso periodo è stata diffusa la Pacem in Terris, l’ultima delle otto Encicliche di Papa Giovanni XXIII nella quale si afferma che “nei lavoratori è operante l’esigenza di essere considerati e trattati non come esseri privi di intelligenza e di libertà, in balia dell’altrui arbitrio, ma sempre come soggetti o persone in tutti i settori della convivenza…” Ed ancora ricorda come i rapporti fra le comunità politiche si regolano nella verità (eliminando ogni traccia di razzismo…), nella giustizia, nella “operante solidarietà”. È agevole cogliere le convergenze e le assonanze di queste affermazioni con Bad Godesberg, pur se provenienti da ambienti tanto diversi. È come se al di là delle volontà dei singoli la forza dei valori sia riuscita a costruire ponti e concordanze in grado di ottenere passi avanti per tutti.

Che è poi la storia di tante conquiste politiche, sindacali e sociali compiute nel nostro Paese. Riflettiamo su alcuni fatti che fanno parte di grandi stagioni di conquiste. La realizzazione della prima esperienza unitaria della Cgil non fu solo una decisione dei partiti antifascisti ma poggiava su lotte comuni, sulla stima che intercorreva fra i padri fondatori, (come dimenticare quella che Grandi nutriva per Bruno Buozzi e Giuseppe Di Vittorio e viceversa), sulla stessa aspirazione a vivere nella libertà le proprie istanze e le proprie aspettative.
Per non parlare degli anni ’60, nei quali le Acli che avevano determinato la scissione sindacale del 1948 aprirono per prime una discussione sull’unità sindacale che non poteva che poggiare su una nuova reciproca comprensione con le altre realtà del movimento sindacale e sulla constatazione di quanto era mutata l’Italia industriale del tempo con una nuova classe lavoratrice che non chiedeva divisioni ma diritti in fabbrica e nella società e di partecipare al maggiore benessere.
E come ignorare il progressivo avvicinamento fra cattolici e socialisti, mentre anche per le novità della Chiesa conciliare emerge il fenomeno nuovo del pluralismo del voto cattolico che inizia a sgretolare quei monolitismi ideologici e politici eredi della guerra fredda. Tanto che nella esperienza sindacale di quegli anni troviamo i cattolici presenti in tutti i grandi schieramenti politici e sindacali popolari. E ciò è possibile non solo per il ridursi dell’anticlericalismo, ma anche perché l’autenticità delle varie culture riuscì a favorire una convivenza di lavoro e di scelte unitarie. Nessuno a Livio Labor, già Presidente delle Acli, dopo la sconfitta elettorale del partito che guidava, l’Mpl, chiese conto della sua fede quando entrò nel Psi, nessuno ai compagni socialisti guidati da Luigi Borroni fece altrettanto nella Uil. E nessuno di loro pensò mai di erigere muri, di fare componenti, o riserve indiane. Questo fu dovuto anche all’abitudine al dialogo, alla voglia di comprendere le altrui ragioni, alla priorità data alla opportunità di collaborare ad obiettivi utili alle ragioni dei lavoratori. Allo studiare senza preconcetti la società contemporanea e le sue tendenze.

Lo stesso Concordato degli anni ’80, dimenticato perché non vide allora un protagonismo delle culture cattolica e comunista (poi rimosso come la stagione di Bettino Craxi a Palazzo Chigi) fu un esempio importante di lavoro ed azione comune fra cattolici e riformismo socialista. Un evento che sancì nuovamente il valore della pace e della libertà religiosa che resta comunque uno dei capisaldi della vita democratica.
Allora, acutamente, il sociologo De Rita osservò che la “Chiesa arrivò al nuovo Concordato con una cultura fortemente diversa. L’Istituzione non ha più il ruolo assoluto di una volta, la struttura gerarchica è profondamente modificata. Il Pontefice non è più italiano ma polacco e quindi con una cultura non legata alla storia dello Stato Pontificio ed alla questione romana… La Chiesa non è più un esercito compatto, ma un corpo complesso aperto alla dialettica tra laici e sacerdoti, tra sacerdoti e vescovi… E infine il Papa ha sotto di sé una mobilitazione di movimenti assolutamente sconosciuta in passato”. Insomma, annota ancora De Rita, la Chiesa sul piano istituzionale è cambiata di più di uno Stato, diverso perché democratico, ma che sotto il profilo istituzionale ”era nel 1984 altrettanto istituzione di quanto lo fosse nel 1929”. Queste considerazioni fra l’altro avvalorano l’impressione di una Chiesa che stava compiendo passi considerevoli in avanti per trovare nuova ed aggiornata sintonia con il mondo circostante.

Si pensi al rapporto con la religione ebraica. Mai facile dalle origini, con le accuse di deicidio e con un profondo solco teologico, e tale restato per lunghi secoli. Solo nel 1986 un Papa, Giovani Paolo II, entrerà nella Sinagoga di Roma, pronunciando parole che saranno poi riprese dai suoi successori, chiamando gli ebrei “fratelli maggiori”. E si sostiene che la prima associazione di dialogo ebraico-cristiano nacque a Londra solo nel 1927. E fu Paolo VI in un celebre viaggio a portare un messaggio di distensione a Gerusalemme. Durante la seconda guerra mondiale, in realtà, tanti cristiani ed ebrei dovettero condividere tragiche esperienze. Con grandi esempi di aiuto solidale. Basta citare che sotto la occupazione nazista di Roma le porte del Laterano si aprirono ad ebrei come agli esponenti del CLN romano (ma praticamente… nazionale). E quel Seminario, come fu chiamato, era a pochi passi dal comando nazista di via Tasso con le sue atroci sevizie. Ed un antisemitismo strisciante nel mondo cattolico non ha più trovato accoglienza. Ancora in parte invece irrisolto è l’atteggiamento che il riformismo laico ha tenuto con il mondo ebraico. Chiaro nel propugnare l’esistenza di Israele ma non sempre equilibrato nel sostenere le esigenze e le rivendicazioni palestinesi. Nodo assai intricato e delicato ma che non può essere eluso.
Il “bene” della libertà religiosa non è mai però messo al sicuro. Quella libertà religiosa che in questi anni è stata messa a dura prova dallo scatenarsi del terrorismo nei luoghi martoriati del Medio Oriente e dell’Africa soprattutto. Anche in questo caso la voce del riformismo di sinistra non si è fatta sentire come avrebbe dovuto. Non si trattava di resuscitare uno spirito di crociata, o di testimoniare in modo sterile l’antagonismo inevitabile fra la civiltà occidentale ed i fondamentalismi, ma di presidiare il terreno della libertà e della intangibilità della vita umana che è parte fondante del messaggio e della tradizione riformista. Un atteggiamento più deciso era auspicabile: ci sono sintonie rilevanti fra laici e cristiani su questo terreno; ci sono iniziative comuni, c’è un volontariato che coinvolge soggetti di diversa estrazione culturale e politica. C’è convergenza quando si tratta di esprimere una denuncia delle condizioni in cui versano le popolazioni vessate da guerre, fame e persecuzioni, generando il dramma dell’immigrazione, dei rifugiati politici e di giovani che non hanno mai conosciuto un giorno di pace nel quale poter dare sfogo ai loro desideri ed alle loro speranze di uscire dalla miseria, dagli orrori e dai pericoli della guerra.

Il confronto ed il dialogo con l’Islam acquista in questa nostra epoca un valore di grande importanza. E’ uno dei risvolti della globalizzazione che porta la civiltà europea a dover fare i conti con tutte le grandi religioni sparse sulla Terra. Con alcune di esse è meno difficile trovare concordanze, soprattutto sui temi della pace e della libertà, dello sviluppo e del sostegno ai più poveri. Nessuna di queste espressioni religiose e filosofiche ha come obiettivo quello di appropriarsi dello Stato, di diventare politica, potere. L’unico Stato teocratico in Oriente nel passato, nel vero senso del termine, il Giappone, è ormai diventato una società totalmente diversa. Va colta, questo sì, quella aspirazione a coltivare una più profonda spiritualità che potrebbe essere anche una positiva reazione a quella deriva egoistica e cinica che attraversa la vita economica e civile. L’invito a non essere settari, oltranzisti, integralisti è anch’esso un terreno di dialogo che può migliorare la percezione dei compiti che si hanno di fronte. Negando quell’insidioso istinto a rifarsi al detto ”homo hominis lupus” che si sta riaffacciando in modo quanto mai pericoloso sulla scena mondiale. Immaginiamo per un momento cosa potevano essere e potrebbero diventarlo i rapporti fra le grandi aree mondiali se quel gigante che risponde al nome di Cina fosse stata più permeabile alla penetrazione dell’islamismo più aggressivo, più sensibile alle sirene di un Jihad guidato dal fanatismo contro i cosiddetti Infedeli.

Dialogo oggi vuol dire anche muoversi con realismo, con i piedi ben piantati per terra. Un pensiero “oltranzista” come quello di Luttwak fa osservare allo studioso americano che “benché il Jihad, la guerra santa contro gli infedeli, non sia, un obbligo assoluto per tutti i fedeli essa è pur sempre un dovere religioso che tutti i giuristi mussulmani passabilmente ortodossi collocano immediatamente dopo gli arkan (pilastri essenziali della religione islamica)”. Il motivo è chiaro: espandere nel mondo la vera religione. Ma a maggior ragione la “competizione” dovrebbe rimanere su un terreno religioso e non sfociare mai nell’educazione all’odio, nei massacri, negli attentati e nelle stragi, invece perseguiti da minoranze estremiste. Ed è su quella strada che laici e credenti debbono saper dialogare, collaborare, esprimere un sentire comune. Un ruolo importante può svolgerlo quella cultura araba laica che in Occidente abbiamo assai poco sostenuto. Ci si è entusiasmati per le rivoluzioni con i tweet e con facebook e abbiamo invece trascurato un interlocutore decisivo per gli equilibri internazionali quale la cultura laica, le lotte delle donne per una maggiore dignità e l’esistenza di quel mondo moderato che ha stabilito da tempo rapporti ed intese con le società più sviluppate. Da questo punto di vista la miopia dell’Occidente è stata davvero assai forte. Anche perché va superata quella tentazione ad esportare modelli che mal si attanagliano a quelle realtà. Ed anche perché tuttora si è convinti che il Medio Oriente e buona parte dell’Africa si “giustificano” solo in quanto si rendono utili al progresso dei giganti statuali, economici e finanziari del mondo. Anche se la ragione dell’ingrossarsi delle file degli ultra-estremisti di oggi non è principalmente quella della povertà, non si può negare che l’acuirsi delle diseguaglianze in quelle terre, per giunta devastate da armi di ogni tipo, ha le sue grandi responsabilità.
Non solo: la presenza dovuta alla imponente immigrazione in Europa di nuclei familiari sempre più numerosi di religione islamica impone che si adotti una cultura dell’accoglienza aperta ma senza ambiguità che finiscano per far sfumare l’identità della nostra civiltà. L’Italia ha compiuto un grande sforzo, spesso isolata, nell’accoglienza. Ma non siamo ancora in grado di indicare una direzione di marcia che possa sostenere un disegno complesso ma possibile di società multietnica. Le difficoltà di altri Paesi, come Francia e Germania, non deve scoraggiarci ma farci capire quanto sia complicato lo scenario che abbiamo di fronte. Dobbiamo rispettare e farci rispettare. Integrare ma con regole chiare che prevedano diritti e doveri. Essere solidali ma senza una acquiescenza che possa essere intesa dai nostri concittadini come l’offerta di posizioni di privilegio, che sarebbero mal tollerate.
E qui si tocca un altro punto dolente per la sinistra europea, politica e sociale: l’affievolirsi dell’internazionalismo. Non c’è più un occhio lucido che sappia interpretare davvero quel che avviene, darne una interpretazione non contingente, esprimere iniziative generose e solidali. In passato l’internazionalismo socialista, in particolare, ha sostenuto i movimenti di libertà ma ha anche favorito l’emergere di classi dirigenti. Difficile scorgere nei nostri tempi una presenza simile quando invece le barriere, i confini, le distanze sono state praticamente azzerate.
Quello che si può dimostrare con queste considerazioni è che abbiamo alle spalle e davanti agli occhi innumerevoli esempi di dialogo che si sono tramutati non di rado in momenti importanti di crescita civile e sociale, in collaborazione generosa. Del resto il Cardinale Martini ha sostenuto che la sfida dell’etica è quella di esistere per gli altri. Un concetto che è proprio anche della cultura laica. Il dialogo in quei casi non diviene solo un gesto di buona volontà, è qualcosa di più sostanziale: permette di capire di più dell’altro, di analizzare più a fondo i problemi e le sfide da affrontare, di sperimentare l’unità per mettere alla prova i propri ideali.

Se così è, non è certo inutile esercitarsi sulla memoria e sui temi che ancora oggi sono terreni necessari di dialogo.
E’ innegabile che in pochi anni il mondo del lavoro sarà mutato andando ben oltre il versante dell’universo industriale. L’evoluzione tecnologica cambia rapidamente le carte sul tavolo dell’intera economia. Tutto viene rimesso in discussione. Al tempo stesso l’Europa è a un bivio e con essa il destino delle forze della sinistra europea, politica e sociale. E nel mondo proseguirà la competizione anche fra religioni, in particolare fra quella cristiana e quella mussulmana. E’ interesse di tutti che essa non fomenti o non sia di pretesto per altre tragedie, nuove incomprensioni, violenza e umiliazioni.
Come fronteggiare questa congerie di problematiche intricate e pericolose, senza una disponibilità al dialogo sui vari versanti decisivi per il futuro? E come può essere possibile questo metodo, che è anche sostanza, senza un rinnovamento culturale e senza un coinvolgimento delle giovani generazioni? Papa Francesco ci ha ricordato uno dei compiti non aggirabili se non vogliamo sprofondare in tempi oscuri: “Dobbiamo essere costruttori di pace e le nostre comunità devono essere scuole di rispetto e di dialogo con quelle di altri gruppi etnici o religiosi, luoghi in cui si impara a superare le tensioni, a promuovere rapporti equi e pacifici tra i popoli e i gruppi sociali e a costruire un futuro migliore per le generazioni a venire”. Ed è lo stesso Papa che afferma senza peli sulla lingua che stiamo vivendo già la terza guerra mondiale, combattuta in modo diverso dal passato, ma non meno insidiosa e già carica di morti e di sopraffazioni.
Sono riflessioni che non possono non sollecitare la cultura riformista e laica. Con una differenza: che quelle affermazioni generano fiducia quando sono in bocca a Pontefici o ad altre grandi figure della cultura e dell’economia mondiale, appaiono sterili nelle argomentazioni di molti nostri politici. Questo gap di credibilità non è insuperabile, tutt’altro. Ma serve una grande volontà politica ed una vera ed attendibile passione civile e sociale tutte da recuperare, perché attualmente non si scorgono, come sarebbe auspicabile, nella stentata vita del riformismo di questi tempi. Serve una nuova scommessa, ma anche una nuova alleanza con tutte le energie culturali che si possono considerare disponibili. Ed una nuova assunzione di responsabilità che guardi al lungo periodo, a nuovi progetti. Il fiume storico del dialogo che ha percorso le diverse epoche rischia di diventare un rigagnolo in secca. Una fine che va impedita, che può essere scongiurata. Dal nostro punto di vista questa sollecitazione a riflettere sulle valenze del dialogo rispetto ai grandi problemi dell’umanità si muove in questa direzione. Per comprendere, per reagire, per costruire. Per ricostituire le basi di una nuova fiducia verso una classe dirigente all’altezza dei tempi.

* Prefazione al libro di Edoardo Crisafulli: “La fede nel dialogo. L’Islam di un gesuita scomodo: Paolo Dall’Oglio”, Bibliotheka-Fondazione Pietro Nenni, 2017