Il discorso di Rino Formica

Pubblichiamo il discorso del Sen. Formica in occasione della consegna del Premio Nenni 2017 lo scorso 6 Dicembre.

-di RINO FORMICA-

Devo un grazie di cuore alla famiglia Nenni e a Giorgio Benvenuto, alla Fondazione e a tutti gli amici e i compagni presenti.
È per me un grande regalo poter partecipare a questa iniziativa perché pochi giorni fa ho raggiunto i 74 anni di iscrizione al Partito Socialista. Mi iscrissi il 18 novembre del 1943, dopo la caduta del Fascismo. Allora ero un ragazzo di 16 anni, entrai subito nella Federazione Giovanile Socialista e mi ritrovai in polemica con Pietro Nenni. Allora la Federazione Giovanile Socialista era su una posizione dichiaratamente e fortemente antifusionista, in polemica con il Partito Comunista. Ma questo atteggiamento nei confronti del Partito Comunista non era motivato tanto per la storia e per l’esperienza italiana di quella forza politica , quanto perché il comunismo appariva a noi, alle nuove generazioni, come la rappresentazione di quella che fu la linea che potremmo definire di degenerazione stalinista e che ebbe lungamente come suo obiettivo non solo la lotta a tutto ciò che era a sinistra del Partito Comunista, ma anche a tutto ciò che era nella storia e nella tradizione del riformismo socialista.
Nenni allora aveva una posizione che veniva da una storia tormentata, dolorosa, tragica come quella delle tante divisioni e lacerazioni della sinistra; veniva dalla grande esperienza dello stravolgimento degli equilibri istituzionali nel Paese nel ‘22-’23, quando gli scontri all’interno del Partito Socialista portarono non solo alla diaspora tra socialisti e comunisti, ma anche a quel dilagare della reazione che prese in Europa le sembianze prima del Fascismo e poi del Nazismo. Nenni veniva dalla esperienza dura dell’esilio, ma, non dimentichiamo, anche dalla grande e drammatica vicenda della guerra di Spagna in cui il Partito Socialista, che era il più forte movimento della sinistra spagnola, dovette spesso subire delle incursioni malvagie nel suo campo anche da parte del Partito Comunista Spagnolo di matrice stalinista; e non dimentichiamo che su Nenni aveva influito anche la lunga esperienza dei fronti popolari fino alle vicende drammatiche che visse nella tragedia della seconda guerra mondiale. E, subito dopo la guerra, nel campo socialista si aprì una discussione importante e che potremmo sintetizzare in questi termini: se eravamo o meno, negli anni ’45-’46, all’esaurimento di quella spinta che Nenni aveva qualificato “vento del nord” cioè dello spirito della Resistenza, di quella lotta al nazifascismo che aveva potuto riscattare il Paese dalla infamia della guerra fascista. Nenni intuisce che il punto fondamentale non è la polemica a sinistra, ma è la rottura istituzionale in Italia. Questa convinzione la esprime con la celebre frase “La Repubblica o il caos”, un potente messaggio che va in una direzione che contraddice tutte le posizioni moderate. Nenni percepisce con un articolo che scrive alla fine del 1945, che il vento del nord aveva già perso “la sua forza gagliarda”. E allora bisogna far presto, bisogna ottenere la rottura istituzionale con il passato rappresentato dalla Costituente e dalla Repubblica.
Nel 1946 abbiamo combattuto la battaglia repubblicana prima della battaglia socialista. La parola d’ordine del Partito Socialista era: “votate repubblica prima di votare socialista”. Perché era su quel punto che Nenni aveva maturato la sua forte intuizione: senza la rottura istituzionale non vi sarebbe stato il secondo risorgimento. Il primo risorgimento in Italia era stato, come Nenni scrisse saggiamente anche nel suo libro sulla lotta di classe, opera di una borghesia colta e minoritaria, ma senza popolo; ma all’indomani della guerra il problema reale era quello di rendere il popolo protagonista, che era la sua idea giusta, fissa. Il vero, il reale sostegno di una forza di cambiamento e di modificazioni della società era il popolo. Perché senza il popolo protagonista nelle istituzioni, senza la sua vitalità non vi era sangue nuovo e vitale nelle vene di una Repubblica democratica.
Questa considerazione è anche oggi molto importante. Un messaggio che va affidato come un compito da sviluppare per il futuro ai giovani; anche a coloro che sono stati premiati, perché ho visto che fra essi vi è una giovane che ha studiato il ruolo di Nenni nella Costituente. Nenni non solo fu il ministro della Costituente, ma da ministro della Costituente riuscì a creare una struttura nuova nell’interno dell’ordinamento statale: commissioni di lavoro, commissioni di studio. Vorrei ricordare tre fondamentali commissioni affidate alla direzione di un liberale, di un cattolico e di un comunista: il professor Demaria, il professor Forti e il professor Pesenti. Fu elaborato un materiale immenso che servì, o che doveva servire, in gran parte per il lavoro dei costituenti. Quattordici volumi furono consegnati (il lavoro di queste commissioni) all’Assemblea Costituente eletta il 2 giugno del 1946. Ma Nenni comprende già nel 1946 – inizio ‘47 che stavano cambiando gli orientamenti non solo sul piano nazionale ma anche su quello internazionale. A questo punto vorrei soffermarmi brevemente su quello che è stato il metodo di lavoro di Nenni. Nell’analisi e nella valutazione del comportamento politico che doveva esplicitarsi nella azione del partito e nell’interesse generale del Paese, Nenni partiva da tre elementi. In primo luogo un’attenzione alla evoluzione del quadro internazionale: è l’unico grande politico italiano che ha tenuto sempre l’occhio rivolto a ciò che avveniva negli equilibri internazionali, consapevole che prima o poi, avrebbe avuto effetti nella realtà politica italiana. In secondo luogo riteneva fondamentale l’essere attenti all’equilibrio delle forze politiche e sociali del proprio paese e ai rapporti di forza. Veniva da una esperienza massimalista dalla quale aveva imparato alcune lezioni di fondo: come il fatto che la valutazione del rapporto di forza era stato trascurato, messo da parte in quanto la priorità assegnata all’ideale come unica realtà meritevole finiva per offuscare le menti e impediva di dare il giusto valore allo sforzo di fare evolvere gradualmente, con maturità e con respiro democratico la situazione del Paese. Il terzo elemento era costituito – e qui spunta l’elemento volontaristico, l’elemento dello spirito rivoluzionario – dall’essere attento a studiare, valutare il momento in cui si crea la possibilità, si apre la finestra nella storia, di forzare il corso delle cose, come diceva lui.
Questi tre elementi erano fortemente collegati tra di loro. E c’è un esempio importante che descrive questo suo modo di ragionare: è il suo discorso all’Assemblea Costituente il 10 di marzo del 1947 quando tutti i grandi leader in quei giorni parlarono sul progetto della Carta Costituzionale che la Commissione dei 75 aveva predisposto e che di lì a pochi giorni sarebbe stato sottoposto all’esame della Assemblea articolo per articolo. Nenni, in un discorso magistrale in cui c’è l’attenzione al quadro internazionale, ai rapporti di forza e la motivazione all’opportunità di forzare il corso delle cose, giudica il progetto di Carta Costituzionale in maniera molto critica, mentre valuta positivamente, tutta la parte relativa ai principi fondamentali. Allora ci fu una discussione se i principi fondamentali dovessero essere contenuti in un preambolo o in un articolato: prevalse la tesi dei socialisti, dei comunisti e di una parte dei cattolici democratici (ad esempio i professorini della Democrazia Cristiana) che rifiutava l’idea del preambolo e propugnava la scelta dell’articolato. In tal modo i principi posti come articolato finirono per diventare un punto di collegamento con la parte poi programmatica della Costituzione per stabilire che quei principi non sono delle indicazioni di carattere ideale e astratto, ma devono avere un riferimento nella concretezza della attività quotidiana del Parlamento e dei governi. Però Nenni avanza anche una critica sulla parte concernente l’ordinamento della Repubblica. E la motiva : “Ho l’impressione che molte norme, molti istituti siano stati introdotti per indebolire l’attività non solo dei governi, ma anche della produzione legislativa di carattere riformistico”. Critica anche la istituzione del Senato: Nenni è, come tutti i vecchi socialisti rivoluzionari, legato all’idea dell’unicameralismo. Niente bicameralismo, il Senato è un intralcio. Egli sostiene che il Senato non ha una giustificazione perché non è come il Senato regio o il Senato Di nomina governativa; e non è un Senato per censo, ma finisce appunto per essere solo un intralcio. Critica il rischio del regionalismo e del federalismo dicendo: «Guardate, bisogna stare molto attenti perché il vero problema sta nel definire un forte decentramento amministrativo, l’autonomia amministrativa degli enti locali, evitando di determinare invece situazioni di diseguaglianza tra le regioni dal punto di vista economico e dal punto di vista sociale. Quest’ultimo tipo di regionalismo ha dentro di sé tutti i germi e tutte le negatività che possono insorgere da desideri di carattere secessionistico».
E per stabilire se c’è un nesso tra il progetto di costituzione e lo spirito del tempo del voto del 2 giugno del 1946 Nenni afferma: «Ma cosa voleva il popolo, quei 12 milioni che hanno votato per la Repubblica? Stato unitario, Stato democratico, Stato laico, Stato sociale». E qui delinea tutte quante le ragioni che devono portare ad un rafforzamento non solo del carattere unitario Dello Stato nella Costituzione ma anche del carattere democratico di esso. E qui apre una polemica anche con chi lo interrompe, che è Lussu, quando gli chiede «Ma cosa vuol dire quando tu parli di “dal governo al potere?”». Egli dice: «Io parlo del governo al potere per dire che il potere deve essere un potere democratico, popolare, rispettoso della maggioranza e della legalità. Perché noi non siamo per un esito violento della soluzione dei problemi di carattere sociale, ma bisogna che nello Stato vi sia una dialettica tra i poteri, ma soprattutto una larga presenza del popolo». Questo è l’elemento fondamentale di sostegno di tutta la impostazione politica di Nenni. La sua Ideologia si fonda sui principi della Rivoluzione francese del 1793: libertà, eguaglianza e fraternità. Il supporto di sostegno per l’attuazione di questi principi nella vita operante dello Stato democratico è costituito dalla presenza del popolo. Il popolo dei partiti, i partiti come trama dello Stato. Proprio questa filiera popolo- partito- struttura dello Stato spiega la impostazione che i socialisti e Basso diedero alla loro posizione durante i lavori della Costituente: i partiti dovevano essere un centro di presenza attiva, quotidiana, di partecipazione ai problemi dello Stato attraverso la via della democrazia interna dei partiti. La democrazia interna dei partiti era essenziale perché vi era – questa era la tesi dei socialisti- una doppia espressione di voto democratico: il voto democratico periodicamente espresso attraverso le elezioni per eleggere la rappresentanza e il Parlamento, ma anche il voto democratico quotidiano che doveva avvenire attraverso una partecipazione di popolo alle strutture democratiche dello Stato. E questo affinché l’ attività di Governo e quella del Parlamento avessero contemporaneamente supporto e controllo da parte della partecipazione popolare.
Sulla definizione dello Stato laico vi è una pagina, forse la più importante, delle sue convinzioni sulla separazione tra Stato e Chiesa. Non sapeva che di lì a pochi giorni, dopo due settimane, ci sarebbe stato il voto sull’art. 7 (ex art. 5) del progetto: la inclusione dei Patti Lateranensi nella Costituzione. Nenni quando polemizza nei suoi diari con il voto a favore dei comunisti sull’articolo 7, rileva un particolare che spesso sfugge all’attenzione ed è che il voto dei comunisti all’articolo 7 fu un voto aggiuntivo, non fu un voto determinante; perché senza il voto dei comunisti, l’art. 7 sarebbe passato per cinque voti assommando il voto democristiano, il voto moderato e il voto dei notabili del vecchio liberalismo (paramassonico, peraltro) di Orlando, Nitti, Bonomi e Sforza. Figure che noi giovani indicavamo allora, in maniera un po’ insultante, “Orlando- Nitti- Bonomi: l’“Opera nazionale Balilla” del Parlamento dell’Assemblea Costituente”. A questo punto, quando gli viene chiesto – o chiede a se stesso – qual è il giudizio che in quella discussione sul voto sull’articolo 7 viene dato dai democristiani sui discorsi tenuti da Nenni e Togliatti, il leader socialista , con sottile arguzia ma anche con un po’ di perfidia, si esprime così: «Nei miei confronti, noto simpatia; nei confronti di Togliatti, noto ammirazione (cioè subalternità)». Ed in questo caso mette in evidenza che la sua natura , di unitario autonomista, emergeva anche nei momenti difficili in cui appariva fusionista.
Nell’ultima parte del suo discorso del 10 marzo sullo Stato sociale, pone problemi importanti a partire dalla centralità del lavoro. Certo è molto datato, perché pone la questione della socializzazione dei mezzi di produzione, la nazionalizzazione delle aziende a carattere monopolistico. Però al centro della sua riflessione c’è la questione che il lavoro è il punto centrale, il fulcro sul quale si basa la Carta costituzionale.
Poi non cita molto i vari articoli, ma c’è un riferimento che esprime tutto il suo amore non dico per il giacobinismo, ma sicuramente per l’insurrezionalismo democratico: riguarda l’articolo 50 del progetto che poi nel testo ufficiale, votato successivamente, viene espunto ed è il diritto alla ribellione. L’articolo 50 conteneva una norma, che poi peraltro era stata prelevata dalla Costituzione francese, contenente un principio anche fortemente voluto da Dossetti e da Moro, e che recitava così: «Il cittadino ha il diritto e il dovere di ribellarsi quando i governanti hanno infranto le norme della Costituzione o le leggi dello Stato».
Ed ancora si comprende bene il suo stato d’animo quando replica nel corso di una interruzione della discussione a degli appunti provenienti della destra e che rilevavano maliziosamente il fatto che Togliatti si comportava come se non avesse fretta di approvare la Costituzione, Nenni anche lì si distingue con una posizione netta e chiara: «Io ho fretta, abbiamo fretta» perché già intuiva che c’era un cambiamento nel clima internazionale.
Pochi giorni dopo quel discorso, avviene un fatto rilevante sul piano sede internazionale: viene varata la dottrina Truman che è la introduzione del principio della diplomazia totale secondo il quale il conflitto sul piano internazionale tra il mondo della libertà e il mondo dell’autoritarismo sovietico, deve avere una sua proiezione nei singoli conflitti di carattere politico nazionali. Anche per tale motivo Nenni ha fretta perché sente che sta cambiando l’orientamento generale anche all’interno della vita politica italiana. Dopo poche settimane, De Gasperi sbarca socialisti e comunisti dal governo e introduce una diversa soluzione: dal superamento del tripartito si passa al rapporto tra Democrazia Cristiana e “quarto partito” cioè il partito degli imprenditori.
Tutto questo proietta nella fase finale della elaborazione della Carta costituzionale anche un affievolimento di entusiasmo. E nella parte finale di questo discorso del 10 marzo del 1947, Nenni dice: «Io vorrei non un referendum (come veniva chiesto dalla destra) sulla Carta costituzionale, ma una grande festa di popolo come fu nel 1793, quando nella Rivoluzione francese fu chiamato il popolo ad elaborare, varare, approvare, esaltare e festeggiare la grande Rivoluzione della Carta costituzionale improntata ai principi di “libertà, uguaglianza e fraternità”». Sembra quasi che stia prevedendo quello che poi avvenne nel 31 dicembre del 1947 quando, approvata il 22 dicembre del ‘47 la Carta costituzionale, il Consiglio dei Ministri, presieduto da De Gasperi, sul tema “come festeggiare l’introduzione della Carta costituzionale” si limitò a raccomandare ai prefetti di stampare la Gazzetta Ufficiale e di distribuirla ai sindaci d’Italia. Senza festa di popolo, nasceva la prima Carta costituzionale repubblicana italiana.
Le lotte successive furono improntate all’impegno sui quattro principi (Stato unitario, Stato democratico, Stato laico e Stato sociale) fondamentali e tali da essere la linea di condotta del Partito Socialista e di Nenni.
Ma per evidenziare ancor meglio quale fu il metodo Nenni che a me pare poter essere molto istruttivo per le nuove generazioni – cioè quello del valutare la evoluzione della situazione internazionale, tenere conto dei rapporti di forza politici e sociali del proprio paese e valutare il momento della opportunità per modificare il corso delle cose – vorrei ricordare un particolare vissuto insieme con Pietro Nenni.
Nel dicembre del 1976 in Spagna venne concesso dal re, subentrato a Francisco Franco al Partito Socialista, ancora clandestino, e agli altri partiti di poter tenere un Congresso straordinario.
Il Partito Socialista Italiano, che aveva sostenuto durante il periodo della resistenza il Partito Socialista Spagnolo, inviò una delegazione a questo congresso. La delegazione era capeggiata da Nenni, vi erano anche Mancini, Nerio Nesi ed io. Di questa delegazione che andò a Madrid, in rappresentanza di un partito che aveva sostenuto (e sostenemmo anche in quella circostanza) concretamente il Partito Socialista Spagnolo – io e Nerio Nesi fummo chiamati da González e da Alfonso Guerra per un colloquio che si svolse in una camera d’albergo E durante il quale ci comunicarono che sarebbe stato opportuno che Nenni non assumesse la presidenza del Congresso perché la situazione era molto difficile. Pesava il ricordo della guerra civile che poteva interrompere un processo di democratizzazione e di apertura ai partiti politici ancora precario, con il re che era in una posizione ambigua. Naturalmente però Nenni avrebbe sicuramente potuto tenere un discorso all’assemblea.
Il Congresso era numeroso, c’erano 2000 partecipanti, socialisti delegati dalla Spagna. Il partito aveva ancora una posizione di clandestinità. Giunsero tutti i capi del socialismo europeo (Olof Palme, Mitterrand) capeggiati da Willy Brandt, che era il presidente della Internazionale. Willy Brandt incontrò Nenni prima del suo discorso e gli disse che avrebbe avuto un incontro con il re e con il capo del governo per favorire il processo di evoluzione democratica. Ciò non piacque (giustamente) a Nenni che fece le sue rimostranze. Willy Brandt gli disse: «Guarda che qui siamo in due: tu è giusto che abbia i rapporti col popolo di Spagna, ma io devo avere rapporti col re perché servono entrambe le cose in questo momento».
Nenni andò alla tribuna, fu accolto in maniera meravigliosa, osannante; i vecchi socialisti cantavano gli inni della Resistenza spagnola. Nenni fu molto commosso e si prese una sua rivincita durante quel discorso. Ricordò che in Italia avevamo avuto la Costituente, che in Italia era nato lo Stato democratico su una rottura di carattere istituzionale: «Quando si prende le mosse dal superamento dei regimi autoritari, la rottura è di sistema». E aggiunse in quel discorso: «Noi abbiamo vinto perché abbiamo chiesto la Repubblica contro la monarchia». Naturalmente il discorso non piacque al gruppo dirigente giovane Del Partito socialista. Ma Nenni tornò al suo posto acclamato, osannato.
Il giorno dopo con Giuliana Nenni (la figlia) e il suo medico Palumbo andarono in giro per Madrid, accompagnati dall’ambasciatore Staderini, per vedere i luoghi che ricordavano le battaglie che aveva combattuto in Spagna Pietro Nenni. Non passò una settimana e quello che Nenni aveva previsto prese forma in Spagna: «State attenti, non è facile un passaggio democratico senza una rottura da un regime autoritario dittatoriale, fascista, ad un regime democratico, perché le forze del conservatorismo hanno potere e presenza che o va schiacciato per tempo o sennò te lo ritrovi di nuovo alla testa del governo e del Paese». Avvenne infatti che il governo e il re fecero arrestare Santiago Carrillo, il capo dei comunisti. E Nenni notò: «È un ostaggio nelle loro mani». Era il primo atto compiuto per evitare che si faccesse un processo al regime autoritario; e Carrillo era un ostaggio per tenere nelle mani un protagonista che aveva sicuramente combattuto dall’altra parte (e sicuramente aveva compiuto delle fucilazioni). E Nenni intervenne da Roma a favore di Carrillo. Fecero poco, invece, i comunisti italiani a tal proposito, ma Nenni si impegnò per la scarcerazione immediata e disse a González: «Mi meraviglia il vostro silenzio». Così parlò a nome dell’Associazione Italia- Spagna perché fosse ridata la libertà a Carrillo e perché fossero ristabilite le condizioni minime per lo sviluppo di una soluzione democratica della crisi post franchista spagnola.
Questo cosa ci dice? È un grande insegnamento, perché Nenni ha sempre ritenuto che le conquiste democratiche sono sempre precarie. Del resto, anche quando Benvenuto ha richiamato l’ultimo suo articolo per l’Almanacco ’80, in quelle posizioni c’è la preoccupazione per il generale quadro democratico. La differenza tra le sinistre trasformiste di oggi e la sinistra di Nenni è che Nenni guardava alla stabilità democratica del sistema. Gli altri parlano della stabilità dei governi, il massimalismo si fa ministerialismo. In Nenni invece è il riformismo che si fa agente attivo della trasformazione democratica della società.
Questa è la grande lezione di Nenni e la grande ispirazione di fondo che ha fatto di Nenni il personaggio più importante della storia italiana. Perché è vero che per ragioni anche di presenza fisica la sua storia si intreccia con la storia della Repubblica italiana e con la storia dei drammi italiani del dopo Fascismo, però va sottolineato come si sia battuto per trovare sempre la chiave giusta per una evoluzione democratica e per il superamento dei vecchi mali del massimalismo italiano. È stato un riformista attivo, è stato un riformista della trasformazione, è stato un riformista rivoluzionario.