Gli ebrei del Bund raccontati da Massimo Pieri

-di GIULIA CLARIZIA-

Ieri pomeriggio presso la Fondazione Pietro Nenni è stato presentato il libro “Doikeyt, noi stiamo qui ora! Gli ebrei del Bund nella rivoluzione russa” di Massimo Pieri.

L’opera tocca una pagina di storia poco studiata, soprattutto in Italia, cioè quella della battaglia portata avanti dagli ebrei russi del Bund, movimento nato alla fine dell’800 per migliorare le proprie condizioni di lavoro e conquistare una propria identità e dignità come nazione.

L’autore ha subito spiegato la natura rivoluzionaria del movimento partendo dal titolo scelto. Doikeyt infatti è un termine yiddish, la lingua parlata tra gli operai ebrei, che significa “noi siamo qui ora”. Un concetto complesso, anche un po’ minaccioso, scelto dal Bund come grido di battaglia.

Il movimento infatti nasce con un intento di rottura nei confronti dell’impero zarista e della chiesa ortodossa comprendendo che la liberazione degli ebrei dalle condizioni terrificanti in cui erano poteva avvenire solo con una rottura totale con l’establishment.

Infatti, le condizioni degli ebrei erano estremamente disagiate, sia per quanto riguarda il lavoro, sia da un punto di vista sociale. Sottoposti a leggi speciali, non avevano alcuna garanzia sul lavoro. Avevano orari che arrivavano alle 20 ore giornaliere e le comunità erano costrette a fornire un certo numero di bambini da inviare al servizio militare. Non potevano vivere dove volevano, ma erano confinati a migliaia in ghetti che si trovavano in zone spesso periferiche.

La studiosa Delfina Piu ha sottolineato come tutto questo fosse contrario a quanto invece stabilito dalla legge ebraica, la Torà. Risalendo alle origini di tale legge a seguito dell’uscita – e non fuga – degli Ebrei dall’Egitto e della convivenza nel deserto, il popolo ebraico decise di regolamentare per la prima volta i diritti e i doveri del lavoro. Questi prevedevano il riposo sabatico, il diritto ad avere la paga corrisposta nel momento in cui si finiva di lavorare, il diritto al vitto, agli straordinari, a un orario prestabilito e deciso insieme al datore di lavoro con contratto, il diritto ad essere risarciti in caso di danni. Inutile dire che tutto questo nella Russia zarista di quel periodo non era rispettato. Per questo, un gruppo di giovani intellettuali a Vilnius decide di mettere insieme un gruppo per organizzare poi un partito a struttura forte che potesse gestire il rapporto con i non ebrei.

La battaglia per l’orario di lavoro e il salario, ha spiegato Carlo Fiordaliso, ricorda molto il tipo di azione sindacale. Questa rivendicazione ha senza dubbio avuto un ruolo nella rivoluzione del 1905 e poi quella del 1917.

Il Bund portava avanti, però, anche un altro tipo di rivendicazione: quella di avere riconosciuta un’autonomia nazional culturale nell’ambito di un federalismo. Valentina Sereni, autrice della prefazione del libro, ha sottolineato come questo sia collegato al riconoscimento dei diritti collettivi di un popolo.

Questo aspetto sarà destinato ad essere motivo di frattura a seguito della rivoluzione bolscevica perché mai riconosciuto. Ha approfondito questo aspetto Felice Besostri, parlando del rapporto controverso tra il Bund e la socialdemocrazia. Il nodo problematico fu nell’identificazione degli ebrei con la religione e non con un’idea di nazione. In realtà, il Bund era un movimento laico che chiedeva il riconoscimento di un nazionalismo culturale a sé, ma non era riconosciuto in quanto privo di una territorialità. Se però la rivoluzione mirava ad assimilare i cittadini in una società socialista, non aveva senso agli occhi dei dirigenti parlare di un carattere nazionale specifico.

Il dibattito si è chiuso facendo un salto in avanti, ampliando la riflessione alle spinte autonomistiche a cui assistiamo oggi (proprio in questi giorni vediamo in prima pagina il problema della Catalogna) e alla natura profondamente diversa che queste hanno assunto. Se il Bund chiedeva un federalismo, oggi si punta a costruire muri. Il senatore Cesare Salvi ha rimarcato quanto il nesso nazione- territorio non sia stato un collante per le società, ma abbia spesso incrementato le divisioni e le tensioni, e lo si è visto con la dissoluzione dell’Unione Sovietica e della Jugoslavia.

Quello che ci insegna la storia degli ebrei del Bund- conclude il presidente della fondazione Nenni Giorgio Benvenuto, è l’importanza del riconoscere le differenze e il valore del federalismo. Una lezione che oggi, affrontando la sfida del multiculturalismo, è importante ricordare.