Capitale sociale, la strada per lo sviluppo indicata da Putnam

In occasione dell’undicesimo incontro del ciclo seminariale di alta formazione “Go Beyond” organizzato dalla Fondazione Nenni, dalla Uil, dalla Feps e dal Forum Nazionale dei Giovani il cui tema è “capitale umano e sociale, servizi e sviluppo economico” pubblichiamo un estratto dal libro “La tradizione civica nelle Regioni italiane” di Robert D. Putnam proprio sull’argomento che verrà trattato domani.  Una profonda riflessione sul “capitale sociale” inteso come la fiducia, le norme che regolano la convivenza, le reti di associazionismo civico, elementi che migliorano l’efficienza dell’organizzazione sociale promuovendo iniziative prese di comune accordo”. Seguendo lo sviluppo delle amministrazioni regionali fin dalJa loro creazione nei primi anni Settanta e valutandone le realizzazioni, Putnam presenta in questo libro una coerente e documentata spiegazione delle cause che portano le istituzioni democratiche a produrre ottimi risultati, o a risolversi in esperienze fallimentari. Sono stati necessari vent’anni di ricerca sul campo e approfonditi studi sulla società e sulla storia d’Italia, centinaia di interviste a personaggi noti e a comuni cittadini, la raccolta e l’analisi di migliaia di dati, e soprattutto l’applicazione di un metodo scientifico sofisticato e originale, per giungere a formulare una conclusione sorprendente: ciò che fa la differenza è il cosiddetto «senso civico», molto più dei fattori economici contano le ragioni storiche, le tradizioni di vita civile e autogoverno locale che affondano le radici nel passato.

-di ROBERT D. PUTNAM*-

Il superamento dei dilemmi collettivi e l’opportunismo disfattista che essi generano dipende dalle caratteristiche del contesto sociale entro il quale il gioco si svolge. La cooperazione volontaria è più facile all’interno di una comunità che ha ereditato una provvista di “capitale sociale” in forma di norme di reciprocità e reti di impegno civico.

Per capitale sociale intendiamo qui la fiducia, le norme che regolano la convivenza, le reti di associazionismo civico, elementi che migliorano l’efficienza dell’organizzazione sociale promuovendo iniziative prese di comune accordo:

Come altri tipi di capitale, anche quello sociale è produttivo poiché rende possibile il raggiungimento di certi scopi che non si otterrebbero se un determinato capitale mancasse…Ad esempio, un gruppo di persone i cui soci mostrano di avere fiducia gli uni negli altri potranno ottenere molto di più di un gruppo equiparabile in cui non vi è fiducia reciproca… In una comunità agricola… dove un agricoltore è aiutato a raccogliere il suo fieno in covoni e dove vi è uno scambio costante di attrezzi, il capitale sociale esistente consente a ogni contadino di compiere il suo lavoro con minor spreco di capitale fisico per quanto riguarda l’attrezzatura.

Il capitale sociale facilita la cooperazione spontanea. Un esempio istruttivo a questo proposito è dato dalle società cooperative di credito formate da un gruppo di utenti “che accettano di fare regolarmente dei versamenti su un fondo che viene distribuito, tutto o in parte, a ogni contribuente, a turno”. Questo tipo di società lo si ritrova in Nigeria, Siria, Perù, Vietnam, Giappone, Egitto, tra gli immigrati delle Indie Occidentali stabilitisi nell’est degli Stati Uniti e tra i Chicanos degli stati occidentali; vi appartengono gli abitanti analfabeti dei villaggi cinesi, i banchieri e gli esperti in previsioni economiche di città del Messico. Molte forme di risparmio e di prestito negli USA si dice siano nate come società cooperative di credito.

Ad esempio, in una di queste istituzioni, ciascuno dei venti soci potrebbe collaborare con una somma mensile equivalente a un dollaro e ogni mese un socio diverso dal precedente potrebbe ricevere quella somma di venti dollari per usarla come crede (per finanziare un matrimonio, comprare una bicicletta, una macchina per cucire oppure fare una nuova scorta di merci per il negozio). Questo socio non potrà più attingere al fondo fino a quando tutti i membri a turno non l’avranno fatto, ma dovrà nel frattempo continuare a versare il suo contributo. Si tratta di società di credito che variano per dimensione, composizione sociale, organizzazione e procedure per il ritiro del fondo comune. Tutte hanno in comune la sociabilità e l’accumulazione di un capitale di piccole dimensioni.

Per quanto conviviali possano essere le loro riunioni, queste società sono qualcosa di più di un momento ricreativo da passare con il proprio prossimo. Clifford Geertz riferisce che a Giava l’arisan (il termine significa letteralmente “sforzo cooperativistico” o “aiuto reciproco”) riflette “non tanto un desiderio generale di collaborazione – i contadini di Giava tendono, come molti contadini, a non fidarsi di qualsiasi nucleo che per dimensioni vada al di là di quello familiare – ma un insieme di attività esplicite e concrete basate sullo scambio di lavoro, di capitali e di prodotti di consumo, riguardanti i momenti più diversi dell’esistenza… La cooperazione si fonda su un senso vivissimo del valore che la partecipazione a queste forme di collaborazione ha per ciascun partecipante, non su un vago senso etico della forza dell’unione di tutti gli uomini né su una visione organica della società”.

Siamo quindi di fronte a un’organizzazione che viola chiaramente la logica dell’azione collettiva: che cosa impedisce a un socio di abbandonare la società dopo aver ritirato il malloppo? E rendendosi conto di questo rischio, perché qualcuno dovrebbe voler contribuire in primo luogo? “Le società cooperative di credito possono, è ovvio, funzionare solo se tutti i membri continuano a tener fede ai loro obblighi”. Eppure queste società prosperano anche se non c’è un Leviatano pronto a punire le violazioni.

Tuttavia gli affiliati sono ben consci del pericolo della defezione e gli organizzatori selezionano i soci con cura. Ragion per cui, l’aver fama di essere onesti e affidabili rappresenta un notevole vantaggio per chi è interessato a far parte del gruppo. La partecipazione precedente a un’altra simile associazione costituisce ovviamente un’ottima referenza, così come l’acquisire un buon nome per il fatto stesso di far parte dell’organizzazione è di per sé un altro vantaggio. I rischi derivanti da una dubbia reputazione e da una potenziale defezione vengono ridotti da norme forti e da fitte reti di impegno reciproco. Le norme che vietano la defezione sono a volte così severe da indurre i soci a scegliere il suicidio e, anche, l’avviamento delle figlie alla prostituzione.

Nelle comunità di piccole dimensioni dove tutti si conoscono, come ad esempio in un villaggio Ibo in Nigeria, la minaccia dell’ostracismo in un sistema socioeconomico è una sanzione potente e credibile. Quando si tratta di comunità più grandi e dispersive e quindi più impersonali come, ad esempio, Città del Messico, è necessario un intreccio più complesso di rapporti personali per costruire quella fiducia sulla quale si basano le società cooperative di credito. Vélez-Ibanez ha descritto una serie fiorente di queste società messicane basate su reti sociali di confianza (reciprocità e fiducia reciproca). “I rapporti di confianza sono a volte diretti, a volte indiretti, variano per la qualità e la forza dei legami. In molti casi, i soci devono fare assegnamento sulla fiducia degli altri per ottemperare agli obblighi, poiché la conoscenza personale è minima. Qualcuno ha detto: “La fiducia reciproca si dà in prestito”. Sono le reti sociali che fanno sì che la fiducia si trasmetta in modo transitivo: io mi fido di te, benché ti conosca personalmente, perché mi fido di lei e lei mi assicura che ha fiducia in te.

Queste stesse società cooperative di credito esemplificano anche come i problemi legati ad azioni compiute collettivamente sono superabili facendo ricorso a un capitale sociale esterno poiché, in questo caso, “le conoscenze preesistenti aiutano a far fronte ai casi nei quali le informazioni non sono sufficienti e l’imposizione di sanzioni non è di facile applicazione”. Come nel caso del capitale convenzionale per gli operatori che chiedono prestiti, il capitale sociale serve da garanzia che però è accessibile a coloro che non possono usufruire dei mercati creditizi ordinari. In mancanza di beni da offrire come garanzia, i soci danno in pegno le loro conoscenze. Si fa perno su questo per aumentare le agevolazioni creditizie all’interno di queste comunità e migliorare l’efficienza con cui questi mercati operano.

Le società cooperative di credito si trovano spesso insieme con altre associazioni di solidarietà. Questo è dovuto, in parte, al fatto che tutte queste forme di cooperazione volontaria attingono allo stesso capitale sociale. Come Ostrom ha notato a proposito delle risorse comuni, tipo i pascoli alpini, “quando si vive in simili situazioni per tanto tempo e si sono sviluppate e condivise regole di comportamento basate sulla reciprocità, si possiede un capitale sociale sul quale si costruiscono accordi istituzionali per risolvere i dilemmi collegati alla gestione delle risorse comuni”.

Anche le pratiche di mutua assistenza, come le società cooperative di credito, sono forme di investimento in un capitale sociale. L’arisan “è percepita dai suoi soci non tanto come un’istituzione economica quanto come un’istituzione sociale il cui fine principale è quello di rafforzare la solidarietà complessiva del villagio”. Anche “il ko presente nei paesi giapponesi è una delle forme tradizionali di mutua assistenza, basato su scambi reciproci nelle varie attività lavorative, su scambi di regali, sull’aiuto nella costruzione e nella riparazione delle case, sull’assistenza ai vicini in caso di decessi, malattie e altri momenti di crisi. È per questo che, come nelle comunità agricole di Giava, anche qui le società cooperative di credito costituiscono qualcosa di più di una semplice organizzazione economica. Si tratta di un meccanismo che complessivamente rafforza la solidarietà tra compaesani”.

Come si verifica nel caso del capitale convenzionale, chi possiede un capitale sociale tende ad accumularne di più, “chi ne ha, ne ottiene”, dice il proverbio. “Il riuscire a organizzare istituzioni di piccole dimensioni consente a un gruppo di individui di usufruire del capitale creato per risolvere problemi più complessi costruendo istituzioni più ampie. È un peccato che le attuali teorie sull’azione collettiva abbiano trascurato il processo dell’aumento di capitale istituzionale”.

La maggior parte dei capitali sociali, come la fiducia, sono, secondo la definizione di Albert Hirschman, “risorse morali”, ovvero risorse la cui fornitura aumenta invece di diminuire con l’uso e che si esauriscono se non sono usate. Più due persone dimostrano fiducia reciproca, più questa aumenta.

(Di contro,) la profonda sfiducia è molto difficile da sconfiggere con l’esperienza, poiché impedisce alla gente di impegnarsi nell’appropriato esperimento sociale o, peggio ancora, genera comportamenti che confermano la validità della sfiducia… Una volta incancrenita, diventa impossibile sapere se è giustificata poiché ha in sé la capacità di autogiustificarsi.

Anche altre forme di capitale sociale, come le norme civiche e l’associazionismo, aumentano con l’uso e diminuiscono se non sono usate. Per tutte queste ragioni, ci si deve aspettare che la creazione e la distruzione del capitale sociale siano marcate da circoli virtuosi e circoli viziosi.

Una caratteristica del capitale sociale, ad esempio la fiducia, le norme e le reti sociali, è che rappresenta di solito un bene pubblico, diversamente dal capitale convenzionale che è per lo più un bene privato. “In quanto valore della struttura civile in cui un individuo è inserito, il capitale sociale non è proprietà privata, cioè non appartiene a nessuna delle persone che ne traggono beneficio.” Come tutti i beni pubblici, anche il capitale sociale tende a essere sottovalutato e “sotto-fornito” dai soggetti privati. Ad esempio, la mia reputazione di persona corretta reca un vantaggio sia a me che a te in quanto permette a entrambi di impegnarsi a cooperare e di trarne un vantaggio reciproco. Ma io sottovaluto i vantaggi che ti derivano dalla mia onorabilità (o gli svantaggi che ti derivano dalla mia non-onorabilità) e perciò non investo a sufficienza nella produzione di fiducia. Con la conseguenza che il capitale sociale, diversamente da altri capitali, deve spesso essere un sottoprodotto di altre attività sociali.

La fiducia è una componente essenziale del capitale sociale. Come ha osservato Kenneth Arrow, “ogni transazione commerciale ha in sé un elemento di fiducia, il che è certamente vero per tutte le transazioni a lungo termine. È plausibile sostenere che in molti casi l’arretratezza economica è spiegabile con la mancanza di fiducia reciproca”. A questo proposito Anthony Pagden ricorda le acute osservazioni di Antonio Genovesi, economista napoletano del Settecento:

Quando manca la fiducia (faceva osservare Genovesi) “non vi può essere certezza nei contratti e di conseguenza la legge non conta niente”, e una società in queste condizioni è in effetti ridotta “a una condizione selvaggia”… (Nella Napoli di Genovesi) le obbligazioni e persino il denaro, anche perché la maggior parte di quello in circolazione era falso, non erano più considerati validi e i napoletani erano ridotti in condizioni simili a quelle dei selvaggi che, come scriveva Genovesi, danno con la destra solo se simultaneamente ricevono qualcosa con la sinistra.

Nelle regioni italiane più civiche, a differenza di Napoli, la fiducia negli altri è da tempo un ingrediente dell’etica di fondo del dinamismo economico e del buon funzionamento amministrativo. La cooperazione è spesso richiesta tra il potere legislativo e quello esecutivo, tra i lavoratori e i dirigenti, tra partiti politici, tra governo e gruppi privati, tra piccole e grandi aziende, tuttavia la stipulazione di un contratto esplicito e il controllo formale dei risultati, in questi casi, sono spesso costosi o impossibili e l’imposizione da parte di terzi non è attuabile. Ecco quindi la fiducia che agisce da lubrificante della cooperazione. Più è alto il livello di credito verso gli altri all’interno di una comunità, più forte è la possibilità di cooperare. E la cooperazione in sé genera fiducia. Il costante accumulo di capitale sociale gioca un ruolo essenziale nello sviluppo dei circoli virtuosi dell’Italia civica.

La fiducia che viene richiesta per attuare la cooperazione non è cieca in quanto implica la possibilità di prevedere il comportamento di un attore indipendente. “Non ci si affida a una persona (o a un ente) solo perché promettono affidamento. Ci si affida a qualcuno solo perché, sapendo ciò che si sa della sua natura, delle opzioni che gli vengono offerte con le relative conseguenze, della sua preparazione ecc, ci si aspetta che lui scelga di mantenere ciò che ha promesso.” Nelle comunità piccole e chiuse, questa previsione si fonda su ciò che Bernard Williams chiama thick trust, cioè la fiducia totale che nasce dalla stretta familiarità con questa specifica persona. In scenari più ampi, più complessi, tuttavia, si richiede un tipo di fiducia più impersonale e indiretto. Sorge quindi la seguente domanda: come si trasforma la fiducia personale in fiducia sociale?

* Testo tratto dal libro “La tradizione civica nelle Regioni italiane” di Robert D. Putnam (IV capitolo)