Benvenuto alla Stony Brook: “Il ruolo dei Patronati”

-di GIORGIO BENVENUTO-

Il valore sociale dei Patronati è, in una realtà del lavoro dominato dalle nuove tecnologie, utile ed indiscutibile per il suo ruolo di veicolo essenziale di solidarietà: anzi ogni qualvolta lo si tenta di mettere in discussione riemerge il radicamento profondo di questi Istituti nel tessuto sociale ed economico, tanto che anche da recenti indagini, per oltre il 90% degli italiani la conoscenza dei Patronati è un dato acquisito.

Numerose ricerche confermano questo dato che riflette una popolarità mai intaccata negli anni anche perché i servizi offerti dai grandi Patronati in Italia ed all’estero conservano un valore importante quale quello di una so- stanziale gratuità. Con il loro apporto si è concretizzata una delle considerazioni più conosciute e vere di Pietro Nenni, aiutare chi rimane indietro nella società.

Per comprendere l’ampiezza e l’utilità dei Patronati basta scorrere alcuni dati di una ricerca condotta da Renato Mannheimer. Le persone che nel campione consultato si sono rivolte agli uffici dei patronati sono il 50% deli intervistati, ma un altro 28% dichiara di essere disposto a farlo.

Ancora più interessante è un altro dato: anche tra coloro che hanno familiarità e conoscenza dei problemi trattati dai Patronati il 73% si rivolge ad essi per informazioni, segno di fiducia verso la loro competenza.

E per finire è significativo che i principali servizi offerti dai Patronati (pensioni, disoccupazione, invalidità, infortuni, assegni familiari) sono conosciuti da più dell’80% degli utenti. Naturalmente l’interesse maggiore è verso la materia pensionistica, soggetta continuamente a revisioni normative.

Le origini del Patronato andrebbero invece riscoperte, soprattutto da una cultura politica della sinistra riformista ormai troppo povera di memoria storica.

Le radici storiche dei Patronati, il mutualismo

Le radici dei Patronati provengono dalla grande tradizione del mutualismo ottocentesco. Un caro amico del sindacato italiano , scomparso di recente, Pietro Merli Brandini sintetizzava in modo efficacissimo la genesi del mutualismo in Europa: “storicamente la protezione dei deboli passa da sistemi caritativi a quelli caratterizzati da gestione comunitaria; questo contrassegna un passaggio di responsabilità dalla Chiesa alla società e da questa allo Stato”. Un passaggio che non è certo da classificare come un…evento naturale, ma nel quale si riflette un duro ma potente cammino di lotte e di solidarietà del movimento operaio nella evoluzione della nascente società industriale.

Ed è nel mutualismo, progenitore della esperienza futura dei Patronati, che si determina un mutamento fondamentale: il lavoratore non è più un soggetto passivo di attenzioni altrui, ma diventa protagonista di un percorso di diritti da conquistare, valorizzando la dignità del lavoro.

E con il mutualismo si afferma uno dei valori simbolo dell’impegno sindacale, vale a dire la solidarietà. Anche se per un certo tempo agli albori del Novecento in una unica associazione sociale convivono la resistenza al potere imprenditoriale e politico e l’assistenza verso i lavoratori, gli anziani, gli in- validi dal lavoro. Il cemento che tiene insieme queste due caratterizzazioni dell’impegno del movimento operaio italiano è costituito dal valore della solidarietà, allora solidarietà di classe.

E su questa via si afferma anche la cultura riformista del sindacato che proprio sui temi della previdenza ed invalidità si confronta con lo Stato per ottenere il riconoscimento legislativo di diritti essenziali per il mondo del lavoro. Ma queste battaglie sono precedute dalla capacità autonoma delle Società di Mutuo Soccorso di fornire servizi ed assistenza ai lavoratori anziani ed agli inabili al lavoro con la costituzione di una Cassa Nazionale. L’impegno sociale indica la via, dimostra che è possibile dare risposte concrete alle esigenze dei lavoratori più deboli, la lotta rivendicativa spiana la strada al riconoscimento per legge. Ed il primo grande risultato che viene ottenuto riguarda nel 1898 in Italia la approvazione della prima legge per l’assistenza obbligatoria contro gli infortuni.

Efficienza e solidarietà: l’esempio del primo sindaco socialista di Milano

Quando agli inizi del ‘900 a Milano per la prima volta viene eletto ad am- ministrare la città un sindaco socialista, Emilio Caldara, questo connubio fra solidarietà e riconoscimento di diritti fondamentali per i lavoratori trova una sua prima ed originale risposta anche sul piano amministrativo. Caldara estende la rete di assistenza pubblica in anni terribili come sono stati quelli della prima guerra mondiale. Dal 1914 al 1920, anni dei suoi mandati di sindaco, dimostra che il riformismo non solo si fa carico dei problemi degli esclusi e dei poveri, ma è in grado contemporaneamente di modernizzare la città. Estende e rende efficienti i servizi pubblici, senza sprechi, ma al tempo stesso promuove realtà scolastiche per i ragazzi portatori di handicap; riorganizza la sanità ed introduce nuovi servizi sociali ma in eguale tempo sostiene iniziative come quelle poste in essere dalla Società Umanitaria e dalle prime forme di Patronati. Accolto dal grido di allarme del Corriere della Sera “arriva il Barbarossa a Milano”, che rievoca improvvidamente lo scontro fra l’Imperatore del Sacro Romano Impero ed i comuni lombardi, la gestione Caldara invece diventa la dimostrazione che un Governo riformista poteva essere buon governo sia per quanto riguardava l’amministrazione della cosa pubblica sia per l’attenzione alle fasce sociali deboli della società.Un comporta- mento che il Corriere e gli ambienti ad esso legati in quel tempo dovettero riconoscere al termine dei mandati di sindaco di Caldara.

Il salto di qualità che si verifica con l’iniziativa sindacale e della sinistra socialista è anche un salto di civiltà: si passa dalla filantropia, dalle dame di carità pur generose nei loro intenti, ad un processo di integrazione dei diritti dei lavoratori nella vita dello Stato italiano e nei processi che animano il capitalismo industriale.

Fin da allora il ruolo di quelli che saranno poi i Patronati non può definirsi unicamente tecnico, ma resta prevalente marcato da un contenuto etico-sociale che i Patronati dal secondo dopoguerra in poi non smarriranno più, contribuendo in questo senso a far crescere lo stesso ruolo della rappresentanza sindacale.

Dal fascismo alla rinascita dei Patronati nella libertà

Ma in cosa consiste poi questo profilo etico-sociale? Di fronte alla inadeguatezza delle tutele pubbliche sulla previdenza e la salute si comprende che solo dal mondo del lavoro, solo dai lavoratori e dai loro rappresentanti possono venire quelle sollecitazioni, quelle proposte a risolvere i problemi previdenziali, della salute, e poi ancora quelli connessi alla emigrazione prima e alla immigrazione poi con due peculiarità indispensabili: comprendere l’importanza dell’urgenza nel risolvere le questioni, rifarsi al valore della giustizia come fondamento cui riferirsi andando oltre i rapporti di forza fra Stato, imprenditori e lavoratori.

Il ventennio fascista interrompe in Italia il processo di emersione dei Patronati che nel 1925 erano ancora numerosi: ben 63, di cui solo un terzo di provenienza fascista. Ma il regime non poteva tollerare né questa pluralità, né tantomeno il messaggio di libertà che essa conteneva e quindi provvederà a fare terra bruciata lasciando solo un organismo strettamente legato al sin- dacato fascista.

Ed è significativo il fatto che nel momento in cui il movimento sindacale risorge nella resistenza al nazi-fascismo e si appresta a dare vita alla esperienza unitaria della Cgil, le Camere del lavoro sentono come uno dei compiti primari quello di ricostituire un sistema di assistenza basato sui Patronati, anche a loro spese, pronti a riorganizzare e rendere agibili per i lavoratori le stesse strutture dei soppressi sindacati fascisti.

Il valore di certi diritti torna ad imporsi come una scelta di campo da com- piere con grande determinazione, al servizio di una classe lavoratrice che in quegli anni, dopo le rovine della guerra, aveva davvero bisogno di tutele forti e condivise.

I Patronati nel secondo dopoguerra: assistenza e competenza

Ed è interessante notare che già nella esperienza della Cgil unitaria si impone un confronto che sarà poi costante nelle successive stagioni sindacali: quello sulla natura del tipo di lavoro del Patronato che non può essere soggetta ad una sorta di dominio della burocratizzazione, ma deve invece con- servare una valenza sociale e solidale. Insomma il ricorso alla tecnica, specie con la dilatazione inarrestabile delle normative che si afferma nell’Italia del secondo dopoguerra sulle questioni previdenziali e sanitarie , è necessario ma va declinato in termini di competenza, efficienza, disponibilità, senza dimenticare chi hai di fronte: il lavoratore.

In quegli anni, anni di ricostruzione faticosa e segnata da grandi sacrifici, i Patronati che si costituiscono dopo le scissioni sindacali del 1948-1949, si trovano a dover gestire una enorme quantità di esigenze primarie, da sopravvivenza, dei lavoratori. Spesso lo si dimentica quando si associa l’immagine dei Patronati ad un potere sindacale quasi fine a se stesso. Trascurando il fatto che per alcuni decenni la dignità del lavoro ha fatto passi da gigante proprio per la presenza capillare dei Patronati sindacali e di quello delle Acli nei territori. Una capillarità che ha reso i Patronati anche delle antenne sensibili a cogliere la domanda di nuovi diritti proveniente dal mondo del lavoro. Sedi aperte non solo per raccogliere istanze altrimenti ignorate dai poteri pubblici, ma anche per garantire quel senso di comunità, di vicinanza alle sofferenze, di sostegno alle aree di povertà spesso vaste, che hanno consentito di evitare drammi sociali ancora più acuti, che hanno dato senso al valore della coesione sociale. Non a caso nel rapporto con lo Stato i Patronati ricevono per i loro servizi dei finanziamenti che sono suddivisi in quattro com- parti: per il lavoro svolto in Italia e all’estero; di conseguenza per i punteggi raggiunti con le pratiche svolte nei due campi di azione. Una rete che unifica territori. Se pensiamo che solo i tre Patronati sindacali, Inca-Cgil, Inas-Cisl, Ital-Uil e Acli coprono questo particolare “mercato” per oltre il 53% del to- tale degli interventi legati alla loro mission. La loro “magna charta” più recente ed esaustiva è un provvedimento legislativo del 2001 che fissa requisiti, ruolo e compiti.

La struttura dei Patronati al servizio dei lavoratori

Attorno all’opera dei Patronati, che oggi in Italia sono poco meno di trenta dopo un ultimo provvedimento legislativo che ha fissato criteri più rigorosi (mentre all’estero operano non più di sei-sette sigle, tutte riconducibili a grandi organizzazioni sociali), ruotano migliaia di persone, dirigenti, funzionari, tecnici, quadri sindacali. Da un calcolo approssimativo possiamo sostenere che i dipendenti sono oltre 12.000 più altri 20.000 soggetti impegnati a vario titolo, dai medici ai volontari. E le sedi sono un reticolato che rag- giunge spesso anche zone periferiche che altrimenti non sarebbe coperte da alcuna forma di tutela sociale. Se vogliamo fare un calcolo approssimativo di questa “armata” della solidarietà possiamo dire che nei centri abitati italiani, grandi e piccoli funzionano e sono aperte quasi tutti i giorni all’incirca 7600 sedi dei Patronati più rappresentativi. Circa 700 sono le sedi operanti all’estero con un migliaio di dipendenti. Da questo punto di vista la presenza dei Patronati in Italia si è rivelata insostituibile punto di raccordo fra cittadini ed enti locali, regioni e comuni, che hanno delegato ai Patronati la raccolta e il disbrigo di pratiche relative a importanti prestazioni sociali, certificando il diritto ad esse e assistendo i lavoratori in modo tale da renderli fruitori di alcuni diritti che riguardano il welfare e la disoccupazione.

Non solo, i Patronati hanno svolto sempre in accordo con gli enti locali, un intensissimo servizio di assistenza agli immigrati per quanto riguarda ad esempio la regolarizzazione delle loro posizioni sul territorio italiano e per il lavoro, nonché i problemi legati ai ricongiungimenti familiari. I Patronati sono diventati in tal modo la porta per tanti immigrati che è stata solcata con la concreta speranza di divenire soggetti di diritti.

I Patronati all’estero, la tutela degli emigrati

Questo valore della solidarietà si è espresso ancora di più nella presenza dei Patronati fra i nostri emigrati. In Europa l’impegno dei Patronati non solo ha difeso egregiamente la condizione umana e sociale di tanti nostri con- nazionali, impedendo che essi fossero sfruttati senza tutele negli Stati che li ospitavano ma anche evitando che fossero dimenticati dalla madrepatria. Ma ha anche favorito l’inserimento di nostri lavoratori nelle esperienze sindacali di Paesi come la Francia, il Belgio, la Germania, tanto che nei decenni scorsi non pochi nostri lavoratori italiani sono diventati dirigenti rispettati di sindacati come il Dgb e l’IgMetall tedeschi o la Cfdt francese.

Il ruolo dei Patronati è stato importante anche in America. Nel Nord America essi hanno saputo dialogare con le esperienze sindacali anglosassoni, di- venendo anche terminali di scambi culturali, di cultura sindacale fra i grandi sindacati americani e quelli italiani. Nei primi anni del secondo dopoguerra erano presenti solo i Patronati della Cisl e della Uil, in grado di mantenere un legame non di tipo nazionalistico fra i nostri emigrati ma in grado di farli sentire ancora parte del movimento operaio italiano. Nelle strategie contrattuali e sindacali degli anni ’50 e ’60 si avverte l’influenza della cultura sindacale americana.

Attraverso i rapporti con l’associazionismo italo-americano infatti si sono stabilite sintonie che hanno permesso ai sindacati di studiare e comprendere meglio le moderne società industriali. La fitta rete di incontri, delegazioni, scambi di opinioni che ne è seguita ha avuto una eco importante nella evoluzione della cultura contrattuale dei sindacati italiani.

I Patronati e l’America: una lunga storia di solidarietà dagli USA all’Italia

Ma è bene ricordare le origini di questi rapporti sempre più stretti. È una storia che va raccontata. E non possiamo che iniziare dallo sbarco degli Alleati in Sicilia con al seguito delle truppe americane di esponenti italo-americani del sindacato, erano soprattutto aderenti alla Afl, forte soprattutto nel settore dell’edilizia, della siderurgia, dei trasporti ed altri comparti industriali. Vi erano figure di spicco del mondo italo-americano come Vanni Montana (esule a suo tempo) e più ancora Luigi Antonini, figura cardine dei rapporti fra i due movimenti sindacali. Uomini che avevano conosciuto molti esuli italiani, sfuggiti alla dittatura fascista come, tra gli altri, Salvemini, Modigliani, Faravelli, Don Sturzo, Garosci, Sforza. E che si erano avvalsi di una combattiva stampa italo-americana tradizionalmente vicina al riformismo del movimento operaio. La presenza di questi dirigenti sindacali di primo piano e legati da vincoli affettivi e culturali, oltre che politici, all’Italia attivò immediatamente contatti con i dirigenti antifascisti dei sindacati italiani che erano già attivi nella resistenza al nazifascismo e progettavano un nuovo sindacato libero e democratico. Fra di loro vi era Enzo Dalla Chiesa che si trovava in Sicilia, terra di confinati perché ideale luogo per isolare gli antifascisti, in grado di parlare l’inglese e fornito delle credenziali sindacali per stabilire rapporti di collaborazione. Dalla Chiesa nella successiva esperienza sindacale unitaria fra cattolici, socialisti e comunisti della Cgil non a caso rivestirà il ruolo di segretario confederale per i rapporti internazionali.

In quel periodo quel che contava era l’unità antifascista. E di questa priorità si avvalse anche l’opera di Buozzi, Grandi e Di Vittorio per riorganizzare un sindacato libero nel nostro Paese. Tanto è vero che Di Vittorio si recò negli Stati Uniti, a San Francisco, dove partecipò con la delegazione italiana alla Conferenza del Bureau International du Travail.

I contatti fra sindacalisti italo-americani ed italiani ebbero all’inizio una emergenza prioritaria da affrontare e risolvere costituita dalla mancanza di bene primari per le popolazioni. Ecco perché molti degli aiuti che tangibilmente ed in modo generoso giungeranno dagli Stati Uniti per via sindacale furono determinanti per la sopravvivenza di chi aveva perso tutto e furono possibili per i vincoli di amicizia che legarono questi interlocutori. I Patronati divennero ben presto i luoghi centrali di questa corsa alla solidarietà che partì dagli Stati Uniti e da diverse organizzazioni sindacali dove era radicata una presenza italo-americana. A New York, il sindacato dell’abbigliamento, a Detroit quello dell’auto, si distinsero in questa prova di grande generosità. Ma il fulcro di questa attività di sostegno all’Italia liberata fu l’ Italia-American Labour Council che coordinò in gran parte gli aiuti in modo tangibile verso l’Italia dei De Gasperi, Nenni, Gronchi, Einaudi con l’invio di generi sanitari ed alimentari nei drammatici primi momenti del dopoguerra. Questi legami non si spezzarono neppure nei decenni successivi. Voglio ricordare che in occasione di grandi calamità naturali in Italia, fino al tremendo terremoto dell’Irpinia, questo grande corridoio umanitario e solidale funzionò in modo generoso ed efficacissimo.

I Patronati anche in questo caso furono gli indispensabili collettori italiani per realizzare interventi a favore delle popolazioni colpite. Fin dall’inizio, dunque, i Patronati furono investiti in modo reale ed immediati di compiti che li collocarono a fianco dei lavoratori e delle famiglie. Un rapporto che non ha mai cessate di produrre effetti positivi.

E tutto questo proseguì ben oltre la cessazione della guerra, affiancando ad esempio quel Piano Marshall indubbiamente fondamentale per far uscire l’Italia dalle macerie industriali ed umane uscita dal secondo conflitto mondiale e contribuire a dare ad essa la forza di risollevarsi. In conclusione possiamo dire che i rapporti fra il mondo sindacale, quello degli italo-americani e la realtà del lavoro italiano furono sempre improntati ad uno spirito di collaborazione nel quale le convergenze politiche e sindacali si univano ad una disponibilità umana e solidale di quel mondo statunitense davvero profonde ed incancellabili.

I Patronati in Sud America: sostegno alle lotte per la libertà

Nel Sud America si è riusciti invece a conservare un vincolo con l’Italia forte, agendo anche in aiuto delle forze politiche e sociali che in nome della libertà e della democrazia si sono opposte a governi dittatoriali. I sindacati locali era deboli, la formazione sindacale non era in grado di realizzare un numero di dirigenti sufficienti ai bisogni. L’azione dei Patronati ha acquisito allora un valore ben più ampio dei servizi offerti ai nostri connazionali Mentre negli Stati Uniti e nell’America del nord quindi la presenza degli italo- americani cresceva di importanza nei settori chiave della vita politica ed economica -politici, amministratori, esponenti del mondo finanziario – in Sud America l’azione solidale dei Patronati e dei sindacati si concentrò soprattutto sulle necessità dei movimenti di liberazione e sindacali. Fu in quel periodo, segnato dalle dittature, che si stabilirono rapporti forti, ad esempio, fra rappresentanti della Chiesa coraggiosamente impegnati sul fronte delle libertà, anche a sacrificio della vita come il Cardinal Romero in Salvador, e le forze sindacali italiane. Così dirigenti sindacali sudamericani hanno trovato nell’esilio uno spazio di impegno nei sindacati europei ed italiani, non di rado anche nei nostri Patronati.

Se il mondo dell’emigrazione italiana ha conservato sensibilità democratica, attenzione alle vicende politiche e sociali del nostro Paese lo si deve anche al lavoro generoso svolto dai nostri dirigenti dei Patronati all’estero. Tanto che alcuni di loro, in America Latina, hanno potuto poi candidarsi al Parlamento italiano e riuscire ad essere eletti a riprova del radicamento reale fra i nostri emigrati. In definitiva nell’America del Nord prese avvio un grande sforzo di solidarietà nei confronti dell’Italia democratica. In America Latina questi stessi intenti partirono dall’Italia verso il Cile, il Brasile, l’Argentina e così via.

L’impegno dei Patronati all’estero va visto anche come uno strumento di aggregazione sociale, tanto è vero che i rappresentanti dei Patronati sono inseriti, spesso con funzioni dirigenziali, nei cosiddetti Comites, organismi di rappresentanza degli italiani all’estero soprattutto nei rapporti con i Consolati, e sono organi elettivi. Del resto mantenere viva l’attenzione su quanto avviene nel Paese di origine è indispensabile anche per i mutamenti legislativi in continua evoluzione: non a caso i Patronati si occupano non solo di previdenza ed assistenza, ma anche di problemi fiscali, di questioni inerenti le proprietà delle case lasciate in Italia, di successioni, di problemi familiari e di altre questioni che altrimenti per i nostri emigrati sarebbe davvero complicato affrontare e risolvere. Le trappole normative e burocratiche sono sempre in agguato.

Del resto un’Europa nella quale si affermava la libera circolazione delle persone e delle merci non poteva funzionare senza l’apporto dei Patronati in grado di evitare discriminazioni, iniquità e sfruttamento dei lavoratori.

Patronati e sindacati: un impegno comune per la dignità del lavoro

Ecco perché sarebbe riduttivo immaginare che la storia dei Patronati possa essere racchiusa solo nelle pratiche e nei punteggi che essi hanno accumulato nel tempo, occupandosi di pensioni, invalidità, pratiche sanitarie. Non è affatto così. Negli anni ’60 e fino agli inizi del decennio successivo la situazione previdenziale era molto più precaria di oggi. Pensioni basse, tempi lunghi per averle, pochissima attenzione ai problemi delle malattie professionali, praticamente sconosciute dalla opinione pubblica fino agli inizi degli anni ’70. Un grande sforzo sindacale fu compiuto in quel periodo per cambiare le cose. E sarebbe ingiusto dimenticare il ruolo che i Patronati svolsero in quelle battaglie che hanno consentito di migliorare le condizioni dei lavoratori in modo considerevole. I Patronati hanno incalzato l’Inps e l’Inail a modernizzarsi, ad accelerare le prestazioni. Hanno ascoltato ed appoggiato richieste e problemi di lavoratori e pensionati che da soli non avrebbero mai potuto ottenere giustizia di fronte all’impenetrabile muro della burocrazia pubblica. Hanno assolto al ruolo di Avvocati dei poveri, evitando che l’indigenza diventasse una condanna sociale senza appello.

Ma l’apporto dei Patronati è stato determinante anche per rafforzare la presenza delle categorie sindacali fra i lavoratori. Quando lo Statuto dei Lavoratori ha permesso al sindacato ed ai Patronati di entrare nei luoghi di lavoro nel 1970 in modo stabile l’integrazione fra loro ha permesso di andare oltre i corporativismi, di mantenere una attenzione ai problemi sociali, ai diritti dei lavoratori anche in quanto cittadini.

Facciamo l’esempio del Patronato Ital che ha una storia ormai lunga, tanto quanto quella della Uil.

Ha superato con la Uil le avversità degli anni ’50, ha condiviso la rinascita sindacale degli anni ’60, ha partecipato all’affermarsi del ruolo sindacale nei decenni successivi con una rete sempre più estesa, attenta a non perdere con- tatto con una realtà molto complessa, assolvendo a compiti non facili in numerosi campi dell’assistenza. Ma ha mantenuto una identità sindacale chiara. Lo stesso si può dire degli altri Patronati.

Le nuove sfide dei Patronati: diseguaglianze ed immigrazione

Si potrebbe dire che nel futuro un declino potrebbe rivelarsi inevitabile? Specie se lo Stato acquisterà una maggiore efficienza nei servizi, con le tecnologie a fare il resto, stabilendo rapporti diretti con i cittadini? Questa tesi non mi convince affatto. E non solo perché c’è una parte cospicua della popolazione che avrà bisogno anche in futuro della stampella indispensabile del sostegno del Patronato. Anziani, immigrati, i tanti lavoratori non in grado di padroneggiare le nuove tecnologie.

Ma perché si trascura il valore essenziale di questa esperienza: è quello che ha permesso ad esempio a tanti immigrati di considerare l’integrazione una via possibile in quanto hanno trovato strutture che li hanno accolti e non respinti , aiutati e garantiti nei loro diritti fondamentali di persone e di lavoratori, dai permessi di lavoro ai benefici legati alla disoccupazione, agli infortuni. Costituendo anche da questo versante un argine contro il lavoro nero, quello senza tutele e regole.

È quel riferimento ideale alla solidarietà che come abbiamo visto è esistito fin dall’inizio di questa esperienza sociale e sindacale ed ha trovato modo di essere molto utile in tutte le trasformazioni profonde della nostra economia e della nostra società.

Se per un attimo volessimo cancellare il lavoro di migliaia di operatori dei Patronati sul territorio, avremmo immediatamente la rappresentazione di una frantumazione sociale ancora più grave di quella che constatiamo oggi e che coverebbe nel suo seno istanze assai pericolose per la vita collettiva. Ai detrattori della azione e della presenza dei Patronati si dovrebbe proporre di riflettere sulle conseguenze sociali ed umane di una deriva di quel tipo. Certo questo non vuol dire che non ci siano limiti anche nella concezione di servizio che si offre con un Patronato.

Una concezione di autosufficienza, di assorbimento del ruolo sindacale in quello unicamente di un servizio da assolvere, di prevalenza della tecnocrazia su altri connotati del ruolo sociale va superata perché troppo limitativa per l’iniziativa sindacale e di assistenza in una realtà del lavoro che già di per se stessa spinge verso l’individualismo, divide i lavoratori, costruisce nuove aristocrazie e nuove povertà.

È insomma una sorta di ritorno alle discussioni delle origini del secondo dopoguerra sull’identità dei Patronati.

Ma se ci pensiamo bene i momenti migliori dei Patronati sono quelli che hanno segnato anche importanti progressi sindacali. Sulle pensioni, sulla sicurezza del lavoro, sulle forme assistenziali che vanno garantite non come una liberalità ma come un diritto. E questo è avvenuto In un continuo riversarsi di esperienze dall’una all’altra realtà che al dunque ha fatto crescere entrambi i protagonisti della scena economica e sociale.

Soprattutto ora che attraversiamo un periodo di grandi diseguaglianze e di sconvolgimenti profondi nel mondo del lavoro, avere due grandi esperienze sociali come i Patronati ed i sindacati capaci di trovare sintonia fra di loro e in continuo contatto con la realtà del mondo del lavoro in evoluzione può essere una grande carta da giocare per impedire che il cambiamento accumuli nuove ingiustizie, nuove povertà, nuove esclusioni. Un viatico prezioso per il mondo del lavoro ma anche per la riflessione politica della sinistra riformista sul proprio ruolo, sui diritti da sostenere, sulle scelte da compiere.