Andavamo a scuola in 600. E i socialisti la riformavano

-di GIULIA CLARIZIA-

Che me ne faccio del Latino?” cantava Gianni Morandi nel 1962. In quel periodo infatti era forte il dibattito sulla riforma della scuola media, approvata il 31 dicembre di quello stesso anno dal primo governo di centro-sinistra. Essa istituiva la scuola media unica, obbligatoria e gratuita.

Andavamo a scuola con la 600 è un libro che racconta la storia di questa battaglia portata avanti dai socialisti in un momento storico in cui gli stimoli riformisti non mancavano.

Gli anni ’60 e ‘70 furono cruciali nella storia del nostro paese. Il boom economico aveva fatto sì che fosse superata la schiacciante priorità di riparare ai disastri della guerra. Si poteva allora pensare a una più profonda costruzione dello stato, a portare avanti battaglie sociali che rendessero migliore la condizione di vita delle classi meno abbienti, ma anche a modernizzare il paese in un contesto di integrazione europea, che inevitabilmente spingeva al confronto con i vicini di casa. Grazie anche a contingenze di politica internazionale, e in particolare alla rottura del rapporto tra comunisti e socialisti dovuta alla crisi di Budapest del 1956, il Partito Socialista si proponeva come partner di governo offrendo così uno sbocco alla lunga crisi del centrismo che era cominciata a metà degli anni Cinquanta. Il quadro politico più dinamico consentiva l’emersione all’interno della Dc di linee politiche e di leader più innovativi, da Amintore Fanfani ad Aldo Moro. Mentre nel frattempo la stessa Chiesa avviava un vero e proprio processo di laicizzazione con il Concilio Vaticano II, voluto da un Papa di transizione poi rivelatosi robustamente rivoluzionario, come Giovanni XXIII (che nel 1957, rompendo antiche gabbie ideologiche, da patriarca di Venezia aveva inviato un messaggio al congresso del Psi). La marcia non fu rapida e fu anche segnata da pesanti e sanguinosi incidenti di percorso (il governo Tambroni, il temporaneo “sdoganamento” dei nostalgici fascisti del Msi). Divenne più disinvolta quando il Psi garantì il suo appoggio esterno al governo per poi dare vita al primo esecutivo organico di centro-sinistra guidato da Aldo Moro.

È questo il periodo sul quale si concentra l’attenzione del libro che domani, 19 luglio, verrà presentato presso la sede dell’Enciclopedia Treccani.

Se da un lato il testo richiama l’intera battaglia socialista per le riforme, il focus, come suggerito dal titolo, viene posto sulla riforma della scuola. Verso la fine degli anni ’50 si comprese che l’uguaglianza non poteva non passare per l’istruzione.

I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Così recita il 3° comma dell’articolo 34 della nostra Costituzione. Tuttavia la scuola, come sottolinea Luigi Nardo nell’introduzione del libro, seguiva ancora un’impostazione “classista, discriminante e selettiva”. Per questo nel 1959 si iniziò a parlare di scuola media unica e obbligatoria. Infatti, la fine della scuola dell’obbligo all’età di undici anni e la presenza di scuole medie differenziate comportavano di fatto l’organizzazione dello studio in base alle classi sociali.

Oltre al non incentivare il superamento della disuguaglianza di classe, questo comportava un tasso di analfabetismo ancora relativamente alto e un’elevata percentuale di italiani senza titolo di studio oltre la licenza elementare (42%). Con la riforma, l’obiettivo era quello di supplire a queste carenze innalzando il livello di istruzione e facilitando l’accesso alla scuola pubblica anche oltre la soglia dell’obbligo, aumentando la percentuale di diplomati e laureati. Non a caso, uno dei catalizzatori delle proteste studentesche del ’68 fu l’aumento esponenziale di iscritti che vi era stato nei mesi precedenti.

Ampie discussioni si giocarono tuttavia proprio sullo studio del Latino, che restava a livello culturale un elemento discriminante. Non aveva senso imporre lo studio di una lingua morta a chi avrebbe preso delle strade lavorative più pratiche. L’idea di eliminarlo tuttavia si scontrava con fortissime resistenze da parte della chiesa. Il compromesso si trovò nell’istituirne lo studio facoltativo durante il terzo anno di scuola media, studio che però sarebbe stato propedeutico al proseguimento degli studi al liceo.

Andavamo a scuola con la 600 tuttavia non si limita a ripercorrere le battaglie per le riforme dell’istruzione, tra cui anche quella delle 150 ore che avrebbe permesso ai lavoratori di dedicarsi agli studi, ma induce a riflettere sull’attualità. Come scrive Cesare Salvi, se da un lato in quegli anni si lottò per portare a compimento il principio di uguaglianza contenuto nell’articolo 3 della Costituzione, oggi “il divario, nonostante i progressi compiuti, non accenna a colmarsi”.

I dieci autori affrontano questi temi da diversi punti di vista, arricchendo la loro analisi con documenti tratti dall’archivio storico e fotografico della Fondazione Pietro Nenni.

Domani davanti al ministro dell’istruzione Valeria Fedeli e degli autori, questi temi verranno ripresi e approfonditi, analizzando questa pubblicazione originale che parla della storia ma anche della buona politica.