Mostra virtuale

Vittoria Nenni: storia di una donna coraggiosa

Una biografia per immagini

La mostra virtuale racconta la vita di Vittoria Nenni, terzogenita del leader socialista morta tragicamente a ventotto anni nel campo di sterminio di Auschwitz, il 15 luglio 1943. Nelle slide il visitatore virtuale troverà diverse immagini inedite, custodite nell’Archivio fotografico della Fondazione Pietro Nenni e alcuni documenti mostrati per la prima volta. Alcune foto ritraggono Vittoria da bambina nel periodo 1918-1921, diverse immagini raccontano la vita della famiglia Nenni e degli esiliati italiano in Francia. Sono immagini di impegno politico, di solidarietà ma anche di svago e divertimento. 

L’esposizione si divide in sette sezioni: L’infanzia, la fuga dall’Italia, l’esilio in Francia, la Resistenza, l’arresto, la deportazione, dopo la morte.  

Vittoria Nenni Storia di una donna coraggiosa _________________________ Fondazione Pietro Nenni
Durante la terza Battaglia dell’Isonzo, in cui l’obiettivo precipuo dell’esercito italiano era la conquista della città di Gorizia, di Tolmino e delle due roccaforti montuose del Sabotino e del Podgora nasce ad Ancona alle ore 16.45 del 31 ottobre 1915, in via delle Fornaci 9, una bella bimba tenera e vivace, a cui viene dato il nome “Vittoria, Gorizia”, terzogenita dei romagnoli Pietro Nenni, di professione pubblicista e Carmela (detta Carmen) Emiliani casalinga. Un parto felice grazie alle esperte cure del medico Giansanti Splendori Luigi, di anni 56. Assistono alla nascita due vicini di casa, l’ottantatreenne Rodighini Eliseo e il quarantottenne Recanatini Franco, entrambi braccianti.
Vittoria Nenni nel 1918. Archivio Fotografico Fondazione Nenni L'infanzia
Quando nasce Vittoria il padre non si trova ad Ancona perché impegnato sul fronte di guerra dell’Isonzo. Pietro Nenni nel 1915 ha solo 24 anni ma ha già molte esperienze alle spalle ed è tra i principali esponenti dell'interventismo democratico italiano e in guerra si contraddistingue per il coraggio: “Il noto pubblicista repubblicano Pietro Nenni, organizzatore della famosa settimana rossa, partì volontario per il fronte. Esso è stato promosso caporale per merito di guerra in seguito all’eroismo dimostrato in varie operazioni”. Pietro Nenni con la divisa da soldato nel 1915 La famiglia Nenni è di origini romagnole, sia Pietro(1891) che Carmen(1893) sono nati a Faenza ma nel 1912 si trasferiscono nelle Marche perchè i notabli del Partito Repubblicano romagnolo mal tolleravano le intemperanze di Pietro Nenni e preferirono mandarlo altrove. Dopo un periodo a Pesaro e Jesi si stabiliscono ad Ancona dove Pietro Nenni assume la direzione del giornale Lucifero e la segreteria nazionale della Federazione giovanile repubblicana per poi essere nominato segretario regionale del Partito Repubblicano. Carmen Emiliani in una foto del 1918. Archivio fotografico Fondazione Nenni Pietro Nenni (in basso al centro), con la redazione de "Lucifero" nel 1915. Archivio Fotografico Fondazione Nenni Carmen Emiliani in una foto del 1918. Archivio Fotografico Fondazione Nenni Vittoria (al centro) con le sorelle Giuliana ed Eva (1918?). Archivio Fotografico Fondazione Nenni. Carmen Emiliani con le figlie Vittoria (seduta in basso), Giuliana(in piedi) ed Eva nel 1920. Archivio Fotografico Fondazione Nenni Nonostante le ristrettezze economiche, l'infanzia di Vittoria trascorre serenamente con l'affetto della famiglia, accanto alle sorelle più grandi Giuliana (nata nel 1909) ed Eva (nata nel 1913). Un famiglia molto unita e operosa. Nel 1917 il trasferimento a Bologna, dove il padre assume la direzione del Giornale del Mattino. Nel primo dopoguerra, nel 1919, lo spostamento a Milano: Pietro Nenni viene assunto dal Secolo. Le sorelle Nenni nel 1918 (Vittoria è al centro) Archivio Fotografico Fondazione Nenni Nel 1921 si allarga la famiglia Nenni: nasce a Santa Margherita Ligure la quartogenita Luciana. Pietro Nenni non può assistere alla nascita perché si trova a Parigi, come inviato dell'Avanti! Strano destino quello di Pietro Nenni che, a causa della sua vita turbolenta, non ha mai avuto la possibilità di essere accanto alla moglie nel momento della nascita delle figlie: «Quando nacque Giuliana (Forlì, 1911) io ero in carcere a Bologna, quando è nata la seconda, Eva (Jesi, 1913) ero latitante a Cingoli nelle Marche, quando è nata mia figlia Vittoria io ero in guerra». Carmen Emiliani con la figlia Luciana a Milano in un parco pubblico nel 1925 (Immagine dal giornale Oggi del febbraio del 1958) La famiglia Nenni in vacanza a Santa Margherita Ligure nel 1924. Vittoria è in basso a sinistra accanto alla sorella Vany. Archivio Fotografico Fondazione Nenni L'11 ottobre 1922, il primo giorno di scuola all'Istituto milanese femminile Morosini: alla fine dell'anno Vittoria è la prima della classe. Cresce felice, forse ignara di quello che stava accadendo nel Paese: dopo la Marcia su Roma, dopo mesi di violenze squadriste, Mussolini è al governo e l'Italia piomba nel fascismo. Intanto il padre aveva assunto le funzioni di Redattore Capo dell'Avanti!. Dopo l'esperienza della guerra Nenni, dopo un lungo travaglio interiore, aveva lasciato il Partito Repubblicano per abbracciare il socialismo. In poco tempo scalerà i vertici del Partito socialista e diventerà tra i principali leader dell'antifascismo italiano. Istituto femminile Morosini di Milano La redazione dell'Avanti! nel 1923. Nenni è il terzo della prima fila in basso. Archivio Fotografico della Fondazione Nenni Il 6 novembre del 1926 l'abitazione di Pietro Nenni viene devastata da una squadraccia di giovani in camicia nera. Nel rogo vengono bruciati i giocattoli e libri di favole di Vittoria che da pochi giorni aveva compiuto 11 anni. Mentre rientra in casa nelle scale le strappano i libri di scuola che teneva sotto braccio e le urlano: «Faremo fare a tuo padre la stessa fine di Matteotti!». Il regime stava dimostrando il volto più duro e violento e con le leggi “fascistissime” vengono soppressi giornali e partiti. Per Pietro Nenni, pedinato, arrestato più volte non vi è altra scelta che varcare il confine. La fuga viene organizzata da Parri e Rosselli e il 13 novembre raggiunge clandestinamente la Svizzera, per poi guadagnare, come migliaia di antifascisti, l'esilio a Parigi. Pietro Nenni in Svizzera dopo aver varcato clandestinamente il confine nel 1926. Archivio Fotografico Fondazione Pietro Nenni. La fuga dall'Italia Su precise disposizioni di Mussolini la famiglia Nenni è controllata assiduamente dalla polizia. A Carmen gli viene negato il passaporto per evitare che possa espatriare e raggiungere il marito in Francia. Vittoria e le sorelle vengono pedinate anche quando vanno a scuola. Carmen, all'insaputa del marito scrive a Mussolini, chiedendogli di ridurre l'asfissiante controllo della polizia. Mussolini, Iin calce alla lettera, di suo pugno scrive; RALLENTARE. Gli riduce la sorveglianza ma continua a negarle il passaporto. Pietro Nenni è tentato di rientrare in Italia in automobile: un'impresa disperata per far espatriare la famiglia. Il 6 dicembre 1926 Carmen con le quattro figlie si trasferisce in Liguria a Santa Margherita Ligure da una sua amica. In questo modo sono più vicini al confine. Mussolini chiede delucidazioni su quel trasferimento. Intanto Carmen rischia la vita a causa di una brutta peritonite. Usando pseudonomi vari (tra cui Giorgio Salvi) Vittoria e le sorelle riescono a scrivere al padre. Nell'agosto del 1927 grazie alla rete antifascista viene organizzato il piano di fuga. In treno e con passaporti falsi Carmen e le figlie riescono ad eludere la polizia fascista e a raggiungere Pietro Nenni a Parigi. Le sorelle Nenni (1925 o 1926). Vittoria è al centro, accanto alla piccola Luciana. Archivio Fotografico Fondazione Pietro Nenni. La Francia si dimostra accogliente e per la famiglia Nenni comincia una nuova vita ma all'inizio per gli esuli italiani l'ambientamento non è semplice. Ai problemi con la lingua si aggiungono ben presto problemi economici e la difficoltà a trovare un lavoro. Gli esuli si organizzano con attività solidaristiche come la Popote. Dopo le iniziali difficoltà Pietro Nenni riesce ben presto a diventare tra i leader più noti dell'antifascismo italiano all'estero ed è tenuto sotto stretta sorveglianza dalla Polizia fascista dell'OVRA. Vittoria, della famiglia Nenni, è la meno interessata alla vita politica ma ogni tanto si reca alle manifestazioni socialiste o della Concentrazione antifascista. Vittoria Nenni in un’immagine degli anni ’30. Archivio Fotografico Fondazione Pietro Nenni. L'esilio in Francia XXI Congresso del PSI, Parigi, 19–20 luglio 1930. Si riconoscono da sinistra: Pietro Nenni, Amedeo Azzi, la moglie di Azzi, Rina Buozzi(moglie di Bruno), Giuliana Nenni e Filippo Turati. Dietro a Giuliana Nenni ci sono le sorelle Vittoria(Vivà), Eva(Vany) e Isotta Gambini. Al centro si riconosce Emanuele Modigliani. Archivio fotografico Fondazione Nenni. La mensa della Popote, dicembre 1926. Nella foto sono riconoscibili: Turati, Modigliani, Buozzi, Nenni, Baldini, Sardelli, Amedeo, Azzi, Coccia, Ruggimenti, Faraboli, Scarpini. Archivio Fotografico Fondazione Pietro Nenni. Parigi 1927, Festa di Natale degli esuli alla Popote. Si riconoscono, tra gli altri: Pertini, Buozzi, Nenni (al centro con la figlia Luciana in braccio), Salvemini e Turati (Archivio Fotografico Fondazione Pietro Nenni) La Popote 1. Conferenza IOS Parigi, 15-16 marzo 1938. Tra gli italiani presenti: in prima fila Pietro Nenni ed Emanuele Modigliani, in alto al centro Giuseppe Faravelli e Giuliana Nenni. Archivio Fotografico Fondazione Nenni 2. XXI Congresso del PSI, Parigi, 19-20 luglio 1930. Si riconoscono Treves, Modigliani, Nenni, Morgari, Turati, Clerici, Buozzi, Baldini, Ferri, Vandelverde, Adler, De Broukhere. Archivio Fotografico Fondazione Nenni 3. Berlino, 1932. Delegati all’Internazionale operaia socialista. Accanto a Nenni (al centro nella foto) Vuattolo, Azzi e la moglie. Archivio Fotografico Fondazione Nenni. 1 2 3 XXII° Congresso del PSI in esilio, 26–28 aprile 1933, Marsiglia. Tra i delegati si riconoscono: Dino Bacci, Lino Boscardin, Giovanni Faraboli, Paolo Bertoluzzi per la Federazione di Tolosa; Bianchi, Tonello e Vuattolo per la Federazione Svizzera; Giuseppe Garretto, Alessandro Bocconi, Umberto Tonelli (rappresentante movimento giovanile), Emanuele Modigliani, Bruno Buozzi, Gaetano Gambini e Pietro Nenni per la Federazione parigina. Tra gli invitati si riconosce il Presidente dell’Internazionale socialista e deputato al parlamento belga De Brouckere. Alla fine del Congresso Nenni verrà eletto segretario del Partito. Archivio fotografico Fondazione Nenni. Parigi, 1930, Festa della Concentrazione antifascista alla Popote. Si riconoscono: Vany che regge la bandiera con i garofani in mano , Bruno Buozzi, accanto la bandiera. Si riconoscono inoltre: Felice Quaglino, Alessandro Bocconi, Dolci, Marco Riccardi, Emanuele Modigliani. (Archivio Fotografico Fondazione Pietro Nenni) 1. Ben presto Vittoria Nenni, che in famiglia viene chiamata “Vivà”, viene assorbita dall'atmosfera progressista francese, dove le donne, a differenza dell'Italia fascista, possono iscriversi all'università, viaggiare, fare attività sportiva. È un mondo completamente diverso e il grigiore dell'Italia fascista è alle spalle. Il padre invece, divenuto un giornalista molto noto anche in Francia, vive la battaglia antifascista tra alti e bassi. Le organizzazioni antifasciste italiane sono divise e litigiose e il fascismo comincia ad uccidere anche fuori dal confine italiano: i fratelli Rosselli nel 1937 vengono barbaramente uccisi. Vittoria Nenni in un’immagine degli anni ’30. Archivio Fotografico Fondazione Pietro Nenni. Il 4 gennaio del 1936 Vittoria Nenni, dopo alcuni anni di fidanzamento, si sposa con Henri Daubeuf, un giovane francese nato a Bois–Colombes una cittadina poco distante da Parigi, il 29 giugno del 1911. Vittoria aveva conosciuto Henri qualche anno prima, mentre frequentava il Liceo e ne era rimasta folgorata da quel giovane alto e muscoloso. Un bel ragazzo, educato, pieno di vita, che, seppur ermeticamente distaccato dalle passioni politiche, ha qualche simpatia per i partiti conservatori della destra francese. Insieme viaggiano e si divertono molto, pur non riuscendo entrambi a trovare una sistemazione lavorativa. Nel 1939 la coppia si trasferisce a Nancy, dove Henri apre un magazzino. Vittoria Nenni al matrimonio della sorella Vany nel 1934. Vany sposò un francese di nome Jacques Lantin Archivio Fotografico Fondazione Nenni. Il matrimonio di Vittoria e Henri. Archivio Fotografico Fondazione Nenni. Le sorelle Nenni con Henri Daubeuf e Ugo Coccia nel Sud della Francia nel 1932 (Archivio Fotografico Fondazione Pietro Nenni) Gita in campagna intorno a Parigi alla fine degli anni ’30. Da sinistra: Henri Daubeuf, Giuseppe Sardelli, Carmen Emiliani. In alto: Vittoria e Giuliana Nenni, Maria Attilia Sardelli. Archivio Fotografico Fondazione Nenni. Vittoria con la sua famiglia in alcuni momenti di spensieratezza in Francia. Nel 1939 appaiono più chiare le mire espansionistiche di Hitler che nel marzo del 1939 invade la Cecoslovacchia. È il preludio al più grave conflitto armato della storia. La Francia si prepara alla guerra con la Germania nazista. Alla fine del 1939 Vittoria e il marito decidono di far ritorno a Parigi. Henri ha trovato un piccolo impiego come rappresentante viaggiante di materiale di cancelleria nelle regioni orientali della Francia ma ben presto viene richiamato alle armi.Vittoria trova un impiego come contabile in un grande magazzino. Con l'avanzata delle truppe naziste in Francia e con l'occupazione di Parigi, la famiglia Nenni raggiunge, dopo un viaggio drammatico, i Pirenei, nella zona libera francese. Vittoria non ha notizie del marito da alcuni mesi ma un pomeriggio, quasi un miracolo: a Palalda si avvicina ad un gruppo di avieri e li osserva commossa, trattandosi dell’arma del marito. Quando si avvicina al gruppo di soldati ha l’impressione di vedere il suo Henri. Riconoscendone la nuca e i capelli, lo chiama. È lui. Henri come lei era rimasto senza notizie e la credeva chissà dove, ma il destino li ha incredibilmente riuniti. La guerra Henri, nel luglio del 1940, approfittando di un congedo, riesce a raggiungere la moglie nella “zona libera”, nel Sud della Francia. Con il passare dei giorni Vittoria e il marito si convincono di voler tornare a Parigi Gli occupanti tedeschi nella prima fase non sembrano così crudeli con i francesi. Chiedono a Pietro Nenni di poter riaprire la tipografia che aveva acquistato nel 1939. Intanto Pietro Nenni cerca di ricostruire le fila dell'antifascismo nel Sud della Francia, ciclostila con l'aiuto della moglie e della figlia Giuliana il “Nuovo Avanti!” e viene tenuto sott'occhio dalla polizia. Intanto a Parigi si riorganizza clandestinamente la Resistenza. Iniziano a circolare giornaletti e volantini che condannano il collaborazionismo francese e inneggiano alla lotta contro l'occupante nazista. Alcune amiche di Vittoria cominciano ad impegnarsi assiduamente come staffette. La polizia francese e spietata, il capo delle brigate antipartigiane è lo spietato David. Vittoria convince il marito a mettere a disposizione della rete degli stampatori antinazisti la tipografia. All'inizio Henri è restio, i rischi sono troppi, ma alla fine si convince. Vittoria si getta a capofitto nella resistenza francese e insieme alle altre donne della rete trasportano messaggi, proteggono ribelli, distribuiscono materiale di propaganda. La Resistenza La polizia francese mette in piedi una Brigata speciale per debellare la rete antifascita, servendosi di spie e delatori per smantellare l'insidiosa rete antifascista. Tanti uomini e tante donne nel vengono arrestati e nella retata del 17 giugno del 1942, operazione chiamata dalla polizia “Affare Tintelin”, Henri viene arrestato: nella tipografia erano stati trovati dalla polizia molti frammenti di manifesti clandestini che erano stati inceneriti in parte. L'abitazione viene perquisita ma Vittoria non viene arrestata. Vittoria potrebbe scappare, come suggerito da alcune amiche, ma invece si sente in colpa per aver trascinato il marito in quell'avventura. Ogni giorno si reca in carcere per portare cibo e vestiti al marito. Il 23 giugno riesce ad avere un breve colloquio con Henri, lo abbraccia a lungo ma quando sta per andare via dal carcere viene informata, da due guardie, che non è più libera di andarsene. Su ordine della Gestapo, il 27 luglio del 1942, Vittoria Nenni e le altre resistenti francesi, recluse al Depot, vengono fotografate. Vittoria nella foto è sorridente perchè le amiche le avevano fatto strane facce e ridacchiato mentre il fotografo scattava la fotoane facce e ridacchiato mentre il fotografo scattava la foto. In alto Henri Daubeuf, fotografato al Depot lo stesso giorno di Vittoria, il 27 luglio 1942. L'arresto In carcere sia Herni che Vittoria vengono sottoposti ad un pesante interrogatorio. Dopo un periodo al Depot, sia Vittoria che Herri il 10 agosto vengono trasferiti nel carcere parigino di Romainville. Per Henri, che aveva subito pesanti toorture al Depot, l'esperienza nel tetro carcere dura pochissimo, viene fucilato per rappresaglia su Mont Sant Valerien insieme ad altri 94 prigionieri. Il barbaro destino ha voluto che fosse accompagnato sul luogo della fucilazione da un suo vecchio compagno di liceo Rocher, divenuto collaboratore di David, che invano aveva cercato di aiutarlo. Quando salgono sul luogo della morte, cantano la Marsigliese, le donne cercano di scrutare i loro mariti dalle finestre. Vittoria spera che il marito sia ancora vivo. Intanto molti compagni suggeriscono al padre di lasciare l'Europa per rifugiarsi in America, ma Pietro Nenni non vuole lasciare la famiglia e soprattutto vuole salvare Vittoria. A Parigi c'è la sorella Eva, che mobilita tutte le sue conoscenze nel mondo politico e culturale della Capitale. Contatta avvocati e giornalisti ma le possibilità di vedere la sorella libera sono fievoli. Su di Vittoria pesano accuse molto pesanti. L'esperienza in carcere per Vittoria è molto dura ma si fa subito forza. Divide la cella con altre resistenti e si lega in fraterna amicizia Danielle Casanova, e sopratutto con Charlotte Delbo, intellettuale francese, moglie di Georges Dudach. Alla fine di agosto il direttore del carcere, Trappe, offre la possibilità a Vittoria Nenni di scontare la pena in un carcere italiano, rinunciando alla cittadinanza francese, acquisita dopo il matrimonio con Henri, facendo valere la propria nazionalità italiana: sena alcuna esitazione rifiuta. Non voleva servirsi di quel privilegio per avere un trattamento migliore di quello riservato alle compagne francesi. Come un tempo aveva convinto Henri a mettersi a lavorare per la resistenza ora respinge l’offerta dei tedeschi, sostenendo che il padre non l’avrebbe accettato: «Papà si sarebbe vergognato della mia debolezza». Danielle Casanova A metà gennaio del 1943 il direttore del carcere annuncia alle detenute di Romanville che avrebbero avuto il permesso di ricevere visite. In realtà, il generoso gesto non è affatto un buon segnale. Il 21 gennaio del 1943 Vittoria riceve la visita della sorella Eva (Vany). Dopo molto tempo un viso familiare. Da essa apprende della morte del marito. Vittoria continuava a crederlo vivo e pensava con grande amarezza al fatto che non le fu permesso di vederlo per dirgli addio. Vittoria si raccomanda alla sorella di riferire al padre di non temere nulla e che supererà la dura prova. Al colloquio era andata anche la piccola Danièle, figlia di Vany, impressionata per aver visto la zia andarsene tra due sentinelle tedesche impalate come manici di scopa. Il mattino del 24 gennaio le donne vengono fatte salire su quattro vagoni bestiame. Sul treno si legge: “Convoglio 31.000”. Hanno solo un pezzo di pane e una salsiccia a testa. Le donne scrivono su un bigliettino poche parole dirette ai familiari, facendo scivolare il pezzetto di carta dalle fessure del treno. Vittoria scrive “Immenso è il mio dolore nel lasciarvi… proibisci alla mamma di piangere. Nous nous reverrons! Ci rivedremo! Il bigliettino di Vittoria viene raccolto dalla sorella Vany, che di nascosto l’aveva seguita fino alla stazione. Dopo un viaggio penoso, in mezzo a campagne gelate il 27 gennaio le donne giungono a destinazione. Hanno scoperto di essere in Polonia. Il luogo è tetro, silenzioso e coperto da una fitta gelata. Auschwitz è il nome della località, un nome che non avevano mai sentito, un nome per loro privo di significato. La deportazione Il gruppo di donne si avvicina al campo passando vicino l’ingresso su cui sovrasta la scritta “Arbeit macht frei” poi marciano nel terreno scivoloso e ghiacciato per alcuni chilometri. Stremate, giungono nel campo di Auschwitz II Birkenau, il cui nome in tedesco significa “Boschetto di betulle”. Vittoria è sconvolta ed ha l’impressione fisica di essere entrare in una tomba; osserva intorpidita e con grande inquietudine i reticolati che cingono il campo percorsi da corrente elettrica. Con un filo di voce confessa alle compagne il proprio timore: «Non usciremo più!». Poco dopo vengono sistemate nel blocco 14, in orride barracche. Comincia presto per le prigioniere il rito di iniziazione alla vita di Birkenau: rasatura dei capelli, doccia e marchiatura. A Vittoria le viene impresso sul braccio il numero 31.635. Le deportate hanno l'obbligo di mettere tutti i loto oggetti e i vestiti in una valigia che viene confiscata. Vittoria riesce a salvare solo un paio di occhiali ed una camicia. Dopo le operazioni di “marchiatura”, a Vivà e alle compagne vengono consegnati abiti di stoffa a righe grigie e nere, dei veri e propri sudici stracci carichi di pidocchi. Il loro ultimo compito è quello di cucirsi sulle giacche e sui vestiti i numeri di matricola, oltre ad una F che sta per francese e a un triangolo rosso, che indica il loro status di prigioniere politiche antitedesche. Le condizioni igieniche e di vita sono terribili: l'appello la mattina nel gelo miete vittime, il lavoro nei campi acquitrinosi è sovrumano, il cibo è insufficiente e la carenza d'acqua diventa un ossessione per tutte. In breve tempo più dela metà delle donne arrivate con il convoglio 31.000 muore. Vittoria sembra resistere bene e diventa un punto di riferimento per le sue compagne che rimangono impressionate dalla sua forza d'animo e dal suo coraggio. Charlotte Delbo si ammala di tifo ma viene salvata da Vittoria, la sua migliore amica. tedeschi prima di abbandonare il campo di concentramento avevano bruciato tutto e seppellito in una buca poco profonda le lastre fotografiche dell’antropometria di molti internati. La foto di Vittoria fu ritrovata dai polacchi alla fine del 1945 Mentre Vittoria cerca di resistere a quella orrida macchina di morte lenta, il padre viene catturato dalla Gestapo, rischia di essere fucilato ma per intervento di Mussolini viene estradato in Italia dove sconta il carcere prima a Regina Coeli e poi nell'isola di Ponza. Nel campo di sterminio le donne assistono alla morte delle proprie compagne e alla spettrale visione del fumo delle ciminiere che bruciavano migliaia di corpi. I ritmi del campo sono brutali e le Kapò spietate. Nella primavera del 1943, si presenta un'occasione per salvarsi. Vittoria e alle sue amiche vengono arruolate per lavorare in una fabbrica per la produzione di gomma. Il lavoro all'interno è una concreta possibilità di salvezza, le condizioni sono migliori. Mentre si appresta a partire Vittoria viene colta da una forte febbre e da segnali evidenti di una malattia terribile: il tifo. L'amica Charlotte Delbo, cerca di aiutarla in tutti i modi, le tiene compagnia ma le condizioni di Vittoria peggiorano, comincia a vaneggiare. Parla soprattutto della sua famiglia il 15 luglio del 1943 nell’orrida baracca, dove in punto di morte le deportate sono gettate a mucchi, ridotta tutta una piaga, divorata dalla febbre tifoidea, gonfia le gambe per il lavoro nelle mortifere paludi, trovò l’energia di affidare all’amica Charlotte un ultimo messaggio: «Dite a mio padre che ho avuto coraggio fino all’ultimo e che non rimpiango nulla». Tessera del Partito Socialista Italiano del 1988 dipinta da Renato Guttuso. Archivio Fotografico Fondazione Pietro Nenni Dopo quasi due anni di estenuanti ricerche, attraverso la Croce Rossa Internazionale e il Vaticano Pietro Nenni, sempre più leader del partito socialista italiano, impegnato nella ricostruzione del Paese, riceve da De Gasperi il 30 maggio del 1945, quando i campi di sterminio erano stati liberati, la terribile notizia della morte della figlia. I giornali resero omaggio alla morte di Vivà e da ogni parte d’Italia arrivarono a Nenni lettere e telegrammi. La lettera che più colpì Nenni fu quella di Benedetto Croce: “Mi consenta di unirmi anch’io a Lei in questo momento altamente doloroso che Ella sorpasserà ma come si sorpassano le tragedie della nostra vita: col chiuderle nel cuore e accettarle perpetue compagne, parti inseparabili della nostra anima.” Dopo la morte A Parigi nell'agosto del 1945 Nenni incontra Charlotte Delbo, una delle 49 sopravvissute del convoglio 31.000. I dettagli del racconto sono strazianti. Nenni si chiede se poteva fare di più per salvarla, magari contattando Mussolini. Scrive quel giorno su un foglietto: Se avessi telegrafato a Mussolini sono sicuro che l’avrei salvata. Ho avuto la tentazione due o tre volte al cappellano del carcere di Bressanone. Ma non potevo. Mi pareva di compiere un atto di viltà. Mi sono detto lo farò a Roma. Ma a Roma sono stato preso dall’atmosfera eroica della resistenza e allora naturalmente ogni idea del genere è caduta. Non so chiedermi se ho avuto ragione o torto. Ma sento che non mi libererò mai da questo pensiero terribile: forse, o quasi certamente avresti potuto salvare tua figlia dall’orrore di Auschwitz. Ed è l’orgoglio che te lo ha impedito» Nell'agosto del 1947 Nenni fece visita con la moglie al campo di Auschwitz. Una esperienza traumatica. Negli anni successivi non mancò di incontrare altre superstiti, compagne di prigionia della figlia. Scrive nel suo diario: “Mi è sembrato che chi può fiorire una tomba conserva un’apparenza almeno di legame con i suoi morti. Non così per me che penso disperatamente alla mia Vittoria e non ho neppure una tomba dove volgere i miei passi”. Nel maggio del 1971 Nenni, accompagnato dalla figlia Giuliana e da Bettino Craxi fece un viaggio in Israele. A circa 25 chilometri da Gerusalemme visitarono la foresta dei martiri dove un cippo e una lapide riportavano una semplice scritta: ”Bosco in memoria di Vittoria Nenni Daubeuf 1915-1943”. Quel giorno nel suo diario Nenni annotò “Da oggi in poi ho un luogo in Israele dove venire o al quale pensare quando più forte mi assale l’angoscia per la morte crudele di mia figlia”. Foto: Archivio Fotografico della Fondazione Pietro Nenni Documenti: Archivio storico Fondazione Pietro Nenni