Turati: caro Nenni conosco il tuo stato d’animo e anche quella cella

-di ILARIA COLETTI-

Questa che pubblichiamo è una lettera che Filippo Turati inviò l’11 maggio 1926 a Pietro Nenni, che era stato condannato a 6 mesi di prigione per la pubblicazione dell’opuscolo L’assassinio di Matteotti e il processo al regime (Archivio Nenni, Carteggio Italia, b.2, fasc.114).

Milano, 11 maggio ‘26

Il giorno del tuo arresto ti avevo scritto una “bellissima lettera” così come il cuore mi dettava, ma siccome il cuore mi aveva dettato…..molto caldo, e c’era qualche brace di politica sotto, ho immaginato poi che si sarebbe arenata nelle secche della procura del Re e l’ho brutalmente lacerata. Saturnio!

Te lo dico non per farmi bello…di quello che non ho fatto, ma per scusarmi di non aver poi ripreso la penna, dopo aver spento le braci. Ricordo che nella tempesta del ’98 – quanto più benigna! – una delle mie maggiori tristezze fu il non avere più in carcere – per mesi e mesi – segno di vita dagli amici di ogni giorno. Chi è fuori, per lo più non ci pensa. Chi è…dentro lo sente. E lo so per lunghe prove he dannato piacere si prova – nel chiostro – a ricevere anche la più sbiadita ed anodina testimonianza di essere almeno ricordati.

Ma oggi ti scrivo pieno di gioia e di baldanza, perché torno adesso da aver visitato, Scala A, secondo piano, la tua dimora e da aver baciato la tua più piccola, che andava, con aria di massaia provetta a prendersi la merenda coi suoi dieci soldi. Per cui mi sento un po’ anche di famiglia. E ti do io le notizie loro, che sono buone, (la Signora stava stirando e la piccina aveva visibilmente appetito), dopo aver ricevuto le tue che sono discrete (inferriate a parte). Se la memoria topografica non mi inganna, credo che tu abbi occupata quella che, in altri tempi, fu la mia cella, che era appunto (a istruttoria chiusa) la sala di convegno dei miei condetenuti meno privilegiati, e a volte si faceva quasi un Comizio. Chi non ci ha pratica non capisce, l’importanza di queste piccole cose. Soprattutto in un momento in cui a essere fuori, si è … più dentro che a essere dentro.

Ma qui scivolo nella politica, e mi ripiglio subito per reverenziale timore della falce censoria.

Ti mando caro Nenni, il saluto di tutti gli amici, i quali augurano – e sperano: e con qualche fondamento – di vederti presto a piede libero. Tu ci credi meno di noi (a quel che ho sentito) ma, al tuo marcio dispetto, penso che probabilmente avrai torto. Del resto, meglio così: se “mal previsto vien più lento”, il bene che giunge inaspettato deve dare doppio piacere.

Salutami dunque la “mia” cella a cui serbo qualche gratitudine. Ripasserò qualche volta a vedere i tuoi.

E ti abbraccio molto cordialmente.

Aff.mo tuo F. Turati