Quando la Fallaci intervistava Nenni

-di ILARIA COLETTI-

Molti di voi conosceranno già l’intervista che Oriana Fallaci fece a Pietro Nenni, comparsa sul numero 16 dell’Europeo del 22 aprile 1971.  All’epoca si trattò di un evento eccezionale perché per la prima volta il grande leader socialista si confessava parlando della realtà italiana, di politica, del suo passato e svelando quindi una parte nascosta della sua personalità.

Nell’introduzione all’intervista la giornalista ci racconta come sia stato difficile intervistare Nenni “(…) Non è facile intervistar Pietro Nenni, chiunque lo sa. Giornalista lui stesso, preferirebbe stender da solo un articolo: per misurare ogni frase, ogni aggettivo, ogni virgola, e poi, magari, cancellare ogni cosa, ricominciare d’accapo. Non è mai contento di quello che scrive, quand’era direttore dell’Avanti! si costringeva a buttar giù i suoi pezzi in tipografia, coi minuti contati, onde impedirsi correzioni in extremis. (…) Se lo intervisti a più riprese, come me, l’indomani lo trovi affogato in un mare di fogliettini colmi di scarabocchi, messe a punto, richiami. Levando l’indice rugoso li legge, e immancabilmente è una nuova versione di ciò che t’aveva detto: controllata, purgata, sciupata. (…) Ascoltarlo è un piacere che va preso come un regalo. Scrivere ciò che s’è ascoltato è un tormento che va preso come un castigo. (…)” Parole che ci svelano un Nenni puntiglioso, attentissimo e preciso nel lavoro, quasi maniacale.

Qui sotto ho voluto invece riportarvi l’ultima parte dell’intervista. Non le sue parole riguardanti la politica, la realtà italiana e internazionale, quello che ha vissuto o che ha sacrificato per il nostro paese, perché questa è una parte della storia che noi tutti conosciamo molto bene. Ma mi hanno colpito le sue riflessioni, quasi filosofiche, riguardanti la vita in generale e il non avere rimpianti per come la si è vissuta. Parole da cui ancora oggi possiamo trarre insegnamento.

 

(…)

Senatore Nenni, in quale misura il dubbio ha segnato la sua vita?

In grande misura, sempre. Il dubbio lo porto in me, talvolta anche in forma esagerata. Sul dubbio, una volta, ebbi una polemica con Gramsci. E mi pare che lo dica Renan: “Senza la presenza del dubbio, perdiamo l’esatta valutazione dei fatti e delle cose; la mania della certezza è l’anticamera del fanatismo”. Con la mania della certezza si finisce col non ammettere l’opinione altrui. Io invece son sempre pronto ad ascoltare le opinioni altrui e a cercare in esse gli elementi positivi. Il dubbio mi si addice perché richiede libertà e non comporta necessariamente la perdita della fede, della volontà di battersi. Sia pure attraverso gli inevitabili errori.

 

E gli inevitabili dolori, le inevitabili rinunce, le inevitabili amarezze. Tutto ciò che lei ha avuto e ha in abbondanza. Senatore Nenni, s’è mai chiesto se ne valesse la pena?

Mai. Neanche ora che sono al declino della vita. Quando mi volto indietro e penso agli ideali della mia giovinezza, ai prezzi pagati, non ho rimpianti. Perché ritengo di aver fatto semplicemente quel che dovevo fare, e perché vale la pena battersi per un’umanità più giusta. Vale la pena, mi creda. Io ho visto crescere sotto i miei occhi ben tre generazioni: la mia, quella dei miei figli, quella dei miei nipoti. E ora mi accingo a veder quella dei miei pronipoti. Guardandoli penso: non sono stati inutili questi decenni di lotta, oggi si sta tanto meglio di quanto si stesse ai tempi miei. Sì: la vita è infinitamente meno dura, oggi. Non c’è paragone col mondo in cui sono nato, e non parliamo del mondo in cui erano nati mio padre e mio nonno. Siamo a un livello talmente più alto di vita civile, abbiamo compiuto progressi talmente formidabili in ogni campo. Anche in quello della libertà. Lei mi sembra smarrita dinnanzi a quest’Italia piena di fermenti, scontenti. E la capisco. Anzi, dico di più: ogni persona smarrita dovrebbe essere un campanello d’allarme che dovremmo ascoltare. Mentre, troppo spesso, non lo ascoltiamo. Però attenta: analizzando settore per settore, particella per particella, cosa per cosa, sembra che tutto stia per crollare. Analizzando l’insieme, ci si accorge che la struttura sta in piedi.

 

Allora perché tante paure, tante violenze, tanto rifiuto di quel che è stato fatto?

Perché, risolto un problema, se ne pone subito un altro. O altri. È una caratteristica dell’uomo. L’uomo non accetta mai lo status quo, non arriva mai a dire “non ho più problemi”. Guai se lo facesse. Tutto si impantanerebbe, si avvilirebbe, e verrebbe a mancare la molla che rende accettabile la vita. Cioè la ricerca costante di qualcosa di meglio. Cara amica, la vita va vista col pessimismo dell’intelligenza, col senso critico del dubbio, ma anche con l’ottimismo della volontà. Con la volontà, niente è fatale, niente è ineluttabile, niente è immodificabile. Gliel’ho detto all’inizio: io credo nell’uomo. L’uomo creatore del proprio destino.

 

Grazie, senatore Nenni.

Oriana Fallaci