Pietro Nenni raccontato dalle figlie Luciana e Giuliana e dalla nipote Maria Vittoria

-di ILARIA COLETTI-

Continuando sul filo delle interviste riguardanti Pietro Nenni, oggi ho curiosato tra i tanti articoli scritti in seguito alla sua morte e ho trovato un’intervista di Peter Dragadze rilasciata dalle sue figlie Luciana e Giuliana e da sua nipote Maria Vittoria, comparsa sul settimanale Oggi il 25 febbraio 1981. Le tre familiari, per la prima volta dalla morte di Nenni, parlano di lui, delle impressioni personali dell’uomo politico e delle opinioni, che avrebbe potuto avere se fosse vissuto, dell’Italia tormentata e caotica del 1981. Il colloquio nasce dal lavoro svolto dalle tre donne per cercare di rendere pubblico una piccola parte del lascito paterno, raccolto dallo stesso Pietro Nenni in centinaia di scatoloni, pubblicandolo sotto forma di “diari” e riguardante gli anni dal 1943 al 1957.

Voglio aggiungere unicamente le parole, comparse nell’intervista, con cui le tre eredi di Pietro Nenni ricordano il loro leggendario padre e nonno: “Come Pier Paolo Pasolini nella poesia del 1960 intitolata ‹Nenni›, con che amore io vedo Lei, acerbo – gli occhiali e il basco d’intellettuale, – e quella faccia casalinga e romagnola – in fotografie, che, a volerle allineare, – farebbero la più vera storia d’Italia, la sola”.

“Il primo volume è la cronaca di un protagonista dell’Italia moderna. Non che vi sia qualche rivelazione straordinaria, ma è la storia del nostro paese raccontata da un uomo che l’ha vissuta nei suoi minimi dettagli. L’importanza del primo volume? I giovani potranno partecipare con mio nonno al clima delle prime elezioni per la Costituente, alla battaglia per la Repubblica, conosceranno le ragioni per le quali egli prese quella che molti considerano la sua più ‹scabrosa› decisione: formare il fronte popolare tra socialisti e comunisti, accettando la scissione del Partito socialdemocratico sotto la direzione di Saragat. Queste furono scelte che la mia generazione non può capire a meno che non riviva l’atmosfera di quel periodo.

Perché dunque, secondo i diari, Nenni, segretario del Partito socialista, strinse nel 1948 questo patto con i comunisti?

Era ossessionato dallo spettro del fascismo, risponde Maria Vittoria. Il fascismo all’inizio aveva preso piede in Italia dopo la prima guerra mondiale perché la classe lavoratrice era divisa. Dopo l’ultima guerra, una gran parte della classe dirigente italiana era ancora fascista e monarchica. Molti questori e membri della polizia erano anch’essi ex fascisti. Nenni basò la sua decisione sullo studio della storia. Riteneva che la storia insegnasse a non ripetere gli errori. Sbagliava. Ma tornando attraverso i diari al clima di quegli anni, in quel momento unirsi ai comunisti era l’unica scelta politica. Oggi sappiamo quale effetto disastroso ebbe una tale decisione sull’Italia negli anni che seguirono. (…)

Come considerava suo nonno la destra italiana del dopoguerra? Con lo stesso odio che aveva prima per i fascisti?

Non con odio. Con disprezzo, precisa Maria Vittoria Fontana. Ha vissuto fino all’ultimo con il terrore che la destra potesse nuovamente imporsi in Italia, non solo per la tenacia del Msi, ma anche per l’incapacità della classe politica italiana nel suo insieme di valutare una situazione nonostante vent’anni di dittatura. Ogni volta che si parlava di estremismo o dei vari Di Lorenzo, Nenni aveva paura e soffriva. Diceva di aver fallito perché lui e la sua generazione non erano riusciti a formare una classe politica di giovani che potesse rimboccarsi le maniche e cercare insieme, magari anche in opposizione, gli strumenti per proteggere la democrazia che Nenni e i suoi contemporanei avevano creato per loro. (…)

Qual era la maggiore preoccupazione di Pietro Nenni prima di morire?

Lo strapotere dei partiti che stanno minacciando la fragile democrazia e la Costituzione del nostro paese.

E la divisione delle poltrone? E gli scandali?

L’uomo giusto nel posto giusto, era la massima di papà. Era sempre pronto a riconoscere che un uomo capace, democristiano o comunista, era meglio di un socialista incapace, e viceversa. Ma questo massacro politico è qualcosa che è sempre stato ricorrente in Italia. Anche agli inizi, al tempo di papà, non appena un governo veniva formato, i frequentatori dei corridoi di Montecitorio progettavano immediatamente la sua caduta. Penso però che l’Italia del 1981 abbia oltrepassato tutti i limiti. È diventata una nazione di kamikaze politici.

Cosa avrebbe pensato suo padre delle recenti dichiarazioni polemiche di Pertini sul terrorismo internazionale e la sua influenza in Italia?

Avrebbe sorriso e detto ‹bravo Sandro, non potresti mai startene buono quando hai qualcosa da dire›. Pertini secondo papà aveva sempre dimostrato un eccessivo coraggio. Anche in prigione insultava i fascisti e così ora come presidente della Repubblica ha tutti i diritti di esternare i suoi sentimenti, specialmente perché pare che nessun altro abbia il fegato di farlo. È ridicolo da parte dell’opposizione pretendere che, dato che l’Italia non è una Repubblica presidenziale come la Francia, Sandro Pertini non possa parlare. So che papà sarebbe stato d’accordo col presidente Pertini che se questa complicità esiste, deve essere resa nota e distrutta in un’Italia che vive in una continua morsa di paura.

Senatrice Nenni, qual era l’opinione di suo padre sul terrorismo? Parlò mai dell’assistenza ai terroristi italiani da parte di centri all’estero?

Papà ha condannato il terrorismo, sia rosso che nero, fino al momento della sua morte, ma condannava anche i governanti italiani per non aver capito una cosa. Il terrorismo è fatto di bubboni che esplodono di tanto in tanto, egli diceva. Ma si dovrebbe rimuovere il bubbone prima che esploda. Mio padre era convinto di un collegamento con altri gruppi terroristici come quello della Germania federale e quello palestinese. Ma non ha mai ritenuto che dei governi stranieri fossero coinvolti, sebbene i politici parlassero già della Cecoslovacchia. E ricordo che papà, a proposito di queste voci, diceva: ‹Se è vero, è preoccupante. In Cecoslovacchia non si muove foglia che l’Unione Sovietica non sappia›.”(…)