Pietro Nenni nelle vesti di papà

 -di ILARIA COLETTI-

La catalogazione del Fondo Pietro Nenni mi sta regalando molte sorprese, in particolare la documentazione riguardante la corrispondenza familiare. Nel periodo natalizio avevo riportato alla luce delle lettere scritte da Nenni alla figlia Eva. Oggi ho voluto continuare su questa scia e farvi leggere altre due lettere che il nostro grande uomo inviò nel 1945 sempre alla figlia Eva, come sappiamo soprannominata Vany.

La scelta di questi documenti non è stata solamente dettata dalle sensazioni che mi hanno trasmesso, in quanto in entrambe si fa riferimento alla scomparsa di un’altra delle figlie di Nenni, Vittoria, chiamata da tutti Vivà; ma ho voluto darvi anche una piccola anticipazione di quello che potrete trovare nel libro del Segretario Generale della Fondazione Pietro Nenni, Antonio Tedesco, “Vivà. La figlia di Pietro Nenni dalla Resistenza ad Auschwitz”, giunto già alla sua terza edizione e in fase di presentazione presso alcune città italiane.

Leggendo queste due lettere sono stata immediatamente colpita dalle parole di Nenni. Sono sempre tante e diverse le sensazioni che provo in questi momenti, ma fino ad ora non mi ero mai così immedesimata nella preoccupazione e nel dolore di due genitori che non hanno notizie della figlia da tanto tempo. Si percepisce  quanto Pietro Nenni si senta impotente di fronte ad una situazione più grande di lui. E ancor di più toccano il cuore le parole della seconda lettera, in cui Pietro cerca di rassicurare Vany del suo amore, nel momento in cui ha avuto la certezza della morte di Vivà. Morte che provoca nel nostro uomo un senso di colpa profondo perché forse tutto questo non sarebbe accaduto se lui non si fosse dedicato anima e corpo alla liberazione del nostro paese. Ma chi può dirlo cosa sarebbe potuto essere o non essere. Sappiamo solamente che Pietro Nenni visse il resto dei suoi giorni con un grandissimo rimpianto: non aver potuto salvare sua figlia Vivà.

 

 

8 maggio 1945

 

Mia cara Vany, abbiamo ricevuto ieri sera la tua lettera del 2 con aggiunte le fotografie della Spagna. Poche ore prima era suonato il segnale di fine guerra ed ero già terribilmente malinconico al pensiero della nostra Vivà. La tua notizia che ella sarebbe stata, nel mezzo, trasferita a Mauthausen mi ha ancora di più allarmato. Ieri sera poi, dopo la tua lettera, è stato captato a radio-Parigi la smentita che Vittoria sia morta. La radio aggiunge che non si hanno notizie. Immagina in che stato siamo la mamma ed io…

Però guardando la carta non si è sorpresi di non avere ancora notizie. Tanto Ravensbrück che Mauthausen sono state appena occupate e potrebbe darsi che Vivà errasse in qualche villaggio. Volesse il destino che così fosse.

Io ho pregato l’ambasciatore sovietico di chiedere notizie e oggi faccio telegrafare al nostro ambasciatore a Mosca. Basterebbe forse ritrovare una delle compagne della nostra Vivà per essere “fixès” sulla sua sorte.

D’altro non ti so dire perché non c’è nient’altro che mi interessi. Debbo purtroppo fare il mio quotidiano lavoro ma ho la testa vuota e il cuore gonfio di malinconia. Ho tanto atteso la giornata di ieri ed ecco essa non ci porta che inquietudine… Sento ora dire di una candidatura mia alla presidenza del Consiglio presentata dalla sinistra. Sono cose dimostrative e che mi lasciano indifferente.

Vedi se ti riesce di mandarci Danièle, sarebbe per noi una consolazione. Di Jacques io parlai a Saragat e se debbo occuparmene qui bisogna mi diciate in che senso. Nella posta di ieri non v’era un solo rigo di Saragat e non so cosa succede a Parigi.

Coraggio figliola mia e speriamo che il destino ci risparmi uno schianto che non meritiamo.

Tanti baci a Danièle e a te, un abbraccio a Jacques.

Il babbo

 

20 luglio 1945

 

Mia cara Vany, dunque tu piangi perché il tuo babbo non ti vuol bene e ti tiene il muso…Figliola mia tu non sai che negli ultimi dieci anni la piaga intima della mia vita è stato il pensiero costante di non averti, di non avervi, fatti felici. Adesso, da quando la nostra Vivà ci ha lasciati, non c’è giorno, e forse non c’è ora, in cui non mi dica che forse è per causa mia, o per lo meno del mio genere di vita, ch’ella è stata presa dall’ingranaggio che l’ha schiacciata. Allora la tendenza che ho sempre avuto a chiudermi in me stesso si accentua adesso, fors’anche per l’eccesso di lavoro e di fatica. Ma non c’è niente a cui pensi quanto a te, alle tue sorelle, a Danièle, alla mamma. E vorrei che voi almeno foste felici…Un abbraccio dal tuo babbo che ti vuole tanto tanto bene.

 

Babbo