Pellicani e l’amico Pertini: elogio dell’intransigenza

-di ILARIA COLETTI-

 

Dal Fondo di Michele Pellicani oggi vi propongo due interessanti testimonianze dell’amicizia esistita tra il sopracitato e Sandro Pertini. La prima è una lettera scritta dall’allora Sottosegretario alla Giustizia indirizzata naturalmente a Pertini; la seconda sono dei brani tratti dal discorso che l’On. Pellicani tenne al Teatro Piccinni di Bari, tratta dal mensile di cultura, attualità e arte Opinioni, n. 7-8 del dicembre 1970. In entrambi i documenti l’ex Sottosegretario alla Giustizia fa riferimento all’opera “Sandro Pertini: 6 condanne, 2 evasioni”, a cura di Vico Faggi con prefazione di Giuseppe Saragat, in cui sono stati raccolti dei documenti riguardanti verbali d’interrogatorio, rapporti di polizia, dispacci di prefetture alternati alle pagine scritte dallo stesso Pertini, come le lettere dal carcere. Il libro mostra una parte di storia poco conosciuta, la storia dietro la facciata scritta dalla polizia politica, ma mostra anche il costo che quei giovani dovettero pagare, dalla clandestinità all’esilio in carcere e al confino, nella loro lotta contro il fascismo.

In entrambe le testimonianze che vi ho riportato l’Onorevole Pellicani manifesta tutta la stima, l’ammirazione e l’affetto che prova nei confronti di questo uomo che lui dice essere stato “(…) tra i più intransigenti avversari del regime. E tra i più coraggiosi”. Nella sua lotta al fascismo Pertini si è sempre assunto tutte le responsabilità, anche quelle che non gli competevano, manifestando appunto un coraggio che trasmetteva forza soprattutto ai suoi compagni di carcere e confino e destabilizzava i suoi avversari e aguzzini. “Sapevo, ha spiegato, – sapevo che con la mia condotta senza cedimenti infondevo nei compagni, in Italia e all’estero, una più decisa volontà a resistere, e dunque non spendevo vanamente quei giorni. Questa era la mia libertà.”

 

Roma, 25 giugno 1970

Mio caro Pertini,

ho letto “6 condanne, 2 evasioni” e non posso fare a meno di scriverti.

È una Bibbia: la storia, attraverso documenti scarni e obiettivi, di un’altissima morale, sentita e difesa come unica e grande ragione dell’uomo. È la storia di un Uomo; dell’uomo –  come può e deve essere.

I fascisti – le dittature – diventano, al confronto, quel che sono – e senza bisogno di aggettivi (del resto insufficienti e logorabili).

Ho sempre avuto grandissima stima e affetto per te, poiché la tua lunga forza e il tuo alto esempio fanno di te un uomo da ammirare. Ora, se possibile, ti voglio ancora più bene.

Ti abbraccia il tuo

Michele Pellicani

 

 

 

Abbiamo celebrato, quest’anno, un quarto di secolo di libertà. Ma quanti italiani conoscono che cosa è stata realmente la Resistenza antifascista? Quelli che nacquero nella primavera del ’45 – o poco prima o poco dopo – sanno ciò che accadde, in Italia e in Europa, tra le due guerre mondiali, solo attraverso i libri di scuola, comunque insufficienti. Gli altri – almeno i più – hanno della Resistenza una immagine non aderente alla realtà, svisata spesso dalla caricatura e dalla oleografia. L’una e l’altra – la polemica e la retorica – tradiscono la storia; e non giovano, in definitiva, alla dignità di un popolo.

Ebbene: il libro che oggi presentiamo – “Sandro Pertini: 6 condanne, 2 evasioni” – non cede a nessuna di queste tentazioni, in un senso o nell’altro, perché è un libro antifascista scritto dai fascisti. Ma nessuna apologia saprebbe darci di Sandro Pertini un ritratto più vivo, più suggestivo ed esaltante di quello che ci viene proposto – sia pure indirettamente e involontariamente – dai suoi stessi avversari.

Pertini ci appare, infatti, come un eroe risorgimentale; uomo di pensiero e di azione, che aveva individuato lucidamente la natura del fascismo e aveva maturato la esigenza di adeguarsi ad esso nei metodi della lotta diretta. (…)

Pertini capì subito il dovere politico di studiare e interpretare il fascismo, ma solo in funzione della lotta contro di esso. Capì subito che il fascismo andava sì combattuto con le idee, ma le idee come disse Fernando De Rosa, che qualche anno dopo, appunto, doveva morire combattendo in Spagna – “le idee, oggi, si creano coi fatti”. (…)

La battaglia di Pertini è stata sempre politica e morale insieme: la battaglia per mantenere intatti i valori morali di cui la classe dirigente antifascista doveva necessariamente essere portatrice, se la sua lotta doveva avere un senso: un senso e una speranza. (…)

Ricordo che, nel ’37, ho avuto Pertini come dirimpettaio: io ero confinato a Ventotene, lui a Ponza. E ricordo che, dopo l’aprile di quell’anno, morto Gramsci, Pertini è rimasto la guida morale più sicura per noi antifascisti: l’orizzonte ideale più alto. Il suo esempio ci ispirava quotidianamente; e ci dava coraggio. Gramsci che, malato, si lascia socraticamente morire in carcere piuttosto che compiere un gesto di viltà; Pertini che, al tribunale speciale, grida con la sua consueta fierezza: “viva il socialismo, abbasso il fascismo”: ecco, ecco cos’è il coraggio.

Sprezzo della vita, è stato detto. Ma io credo che si tratti, piuttosto, di grande amore per la vita, perché solo da un altissimo concetto della vita e della dignità umana può scaturire tanto coraggio. E tanta forza morale.

Quella forza morale che ha consentito a Pertini – come ricorda Saragat – di curare quotidianamente la piega dei calzoni della casacca carceraria e di radersi la barba, quotidianamente, per tanti lunghi anni di carcere: la forza che spezza i nervi dell’avversario. Anche queste piccole cose erano, allora, un messaggio: un “messaggio cifrato”, rivolto soprattutto ai giovani e che i giovani sapranno poi capire. Era il messaggio della prima grande contestazione, che partiva da una delle rare isole d’intransigenza e di dignità umana emergente dal pantano limaccioso del conformismo e della viltà. (…)

Sandro Pertini insegna a tutti noi, giovani e non, a lottare per un mondo migliore: per un mondo, cioè, liberato dalla guerra e dall’odio, dall’oppressione e dallo sfruttamento, dall’ipocrisia e dalla violenza, dall’ignoranza e da tutto ciò che sfigura l’immagine umana dell’uomo.