Dalla Fallaci a Vittorelli: i volti nascosti di Pietro Nenni

– di ILARIA COLETTI –

 

In seguito all’intervista che Oriana Fallaci fece a Pietro Nenni nel 1971 pubblicata sul settimanale l’Europeo di cui vi ho riportato alcuni stralci quest’estate, Paolo Vittorelli seguì le sue orme nel 1976, anche se purtroppo non possiamo avere la certezza della data, intervistando anche lui questo grande uomo. Se la Fallaci ha cercato di far emergere il lato umano di Nenni facendolo parlare del suo passato, di politica e della realtà italiana; Vittorelli ha invece cercato di far affiorare il tipo di rapporto umano, oltre che politico, esistente fra Nenni e l’Avanti!., quotidiano storico del Partito Socialista Italiano, di cui è stato più volte direttore.

Il giornalista ci confessa nell’introduzione all’intervista, che il suo obiettivo era far cadere la facciata di ufficialità e apparente freddezza dietro cui l’uomo Nenni si trincera, aiutato dai suoi appunti preparati diligentemente prima di ogni evento. Infatti Vittorelli aggiunge: “(…) Se ci fossimo semplicemente serviti dei suoi appunti, avremmo ancora avuto davanti a noi il Nenni ufficiale, non quello vero, l’uomo che da tanti decenni ha saputo animare Partito e Avanti! e assumere le proporzioni della figura che egli rappresenta nella storia del socialismo italiano e internazionale. (…)”. 

Ho scelto appositamente questi stralci dell’intervista perché è in queste parole che, al di fuori dell’ufficialità storica, Nenni racconta la sua esperienza umana e politica di direttore dell’Avanti! svelandoci ancora una volta il suo vero io e quanto sia stata forte e fondamentale la connessione con il quotidiano e di conseguenza con il suo partito.

 

VITTORELLI: Non vorrei farti un’intervista di tipo tradizionale. Vorrei far conoscere ai nostri lettori, dalla tua viva voce, le emozioni, i sentimenti, le convinzioni, gli impulsi che ti hanno portato, da quasi dodici lustri, a identificarti con l’Avanti!. Lo hai già detto e scritto tante volte, meglio di quanto non lo si possa riferire in un’intervista. Ma vi è dietro le battaglie che ha condotto attraverso l’Avanti! un filo rosso che le riconnette tutte quante e che difficilmente emerge dalla semplice lettura dei tuoi articoli. Forse farà fatica a strapparti le rivelazioni che cerco in questa nostra conversazione. Questo filo rosso si chiama Pietro Nenni. Esso è rappresentato dalla funzione che hai avuto nella vita dell’Avanti!, durante un lunghissimo periodo della storia del giornale, che è anche un lunghissimo periodo della storia del nostro Partito. Tu sei nato giornalista, hai fatto le tue battaglie prima di tutto con i tuoi scritti e le hai fatte poi anche con la tua persona e con i tuoi sacrifici. Ma queste battaglie, che hai condotto da giornalista, finiscono tutte quante per sboccare nel Partito Socialista e in quello che è stato il suo organo, diventato poi lo strumento principale della tua azione. Tutti ricordano, per esempio, come negli anni subito dopo la liberazione il segretario del Partito Socialista fosse anche direttore dell’Avanti! e non si capiva bene se il Partito fosse diretto dall’Avanti! o fosse diretto dal suo segretario.

Perché, in quel momento, l’Avanti! era il principale mezzo di comunicazione con le masse italiane e tu te ne sei sempre servito. Ma dietro questo strumento giornalistico. Dietro gli scritti che sono stati tante palle infuocate di cannone con cui queste battaglie sono state condotte, c’è l’uomo che ha utilizzato questo strumento e che è riuscito pure, diversamente da quanto accade in molti altri paesi, a dimostrare che si può fare politica con un giornale, che un articolo di giornale, quando è scritto da un uomo politico che sia anche un grande scrittore e un grande giornalista, è molto più efficace, specialmente per il movimento operaio e per le sue lotte, di quanto possano esser tante dichiarazioni, risoluzioni e anche azioni parlamentari. Ecco perché vorrei far emergere il personaggio umano che sta dietro tutte queste vicende. Non sarà facile. Ma ci proverò. Tu, però, non difenderti troppo, vieni fuori allo scoperto.

La prima cosa che ti vorrei sentir dire è: quando hai visto per la prima volta l’Avanti! e che impressione ti fece?

NENNI: In quello che tu dici c’è un punto esatto e che accolgo: è la mia identificazione nell’Avanti!. Non dico identificazione dell’Avanti! in me, dico la mia identificazione nell’Avanti!. Nella mia vita di militante, considero che la parte alla quale tengo di più, alla quale penso con nostalgia, è quella di direttore dell’Avanti! o comunque di uomo che attraverso l’Avanti! cercava di svolgere la politica che era decisa dalle organizzazioni di partito. Questo non solo a partire dal giorno in cui divenni direttore dell’Avanti! ma già prima.

L’Avanti! era nato nel Natale 1896. Il Partito era sorto quattro anni prima. Da quel momento l’Avanti! fu il Partito e il Partito fu l’Avanti!. Tutte le battaglie sociali e politiche del Partito ebbero nell’Avanti! la loro tribuna. L’Avanti! fu anche il canale culturale attraverso il quale i quadri socialisti risalirono a Marx, fermandosi generalmente, negli anni successivi, alla posizione di Kautski, tra Bernstein, Sorel, la Luxemburg e Lenin. Tra i fattori kautskiani di maggior valore furono la teoria della fase di transizione dal capitalismo al socialismo, che sembrò contraddetta in tronco dalla rivoluzione leninista d’ottobre e che poi trovò conferma nei cinquant’anni successivi; è la teoria che il socialismo non è una necessità storica ma una possibilità, non la creazione dell’uomo ma l’opera dell’uomo. (…)

VITTORELLI: (…) In quale momento e in quale modo cominciasti a far parte della redazione dell’Avanti!? 

NENNI: Io sono andato all’Avanti! per la prima volta la sera dell’attentato del Diana a Milano. Mi pare che fosse la sera del 23 marzo 1921. Come vedi, già in un’epoca abbastanza avanzata rispetto alle lotte che avevano già superato il loro punto di maggiore espressione, di maggiore espansione, a partire dal 1919. Che cosa mi spinse quella sera ad andare all’Avanti!? Intanto, avevo compiuto una mia evoluzione ideologica, politica, che mi aveva portato in campo socialista, senza per questo spezzare ancora il mio vincolo politico e sentimentale con il Partito Repubblicano col quale avevo svolto le lotte della mia potrei quasi dire fanciullezza, ma diciamo giovinezza. Mi spinse ad andare all’Avanti! l’ingiustizia di quello che avveniva appunto in quella stessa sera. Come sai, l’attentato del Diana fu una manifestazione sciagurata di anarchici individualisti che intendevano protestare contro l’arresto prolungato al di là di ogni limite giuridicamente giustificabile di Errico Malatesta, da quando era tornato dall’Inghilterra, dove si era rifugiato già all’epoca della settimana rossa. L’attentato voleva colpire il questore di Milano e colpì invece due decine di cittadini che non avevano niente a che fare con le lotte politiche. Ebbene, quella sera il grido della piazza e soprattutto al centro, a Milano era: “Morte ai socialisti! Morte all’Avanti!”; i quali erano completamente estranei, in modo assoluto, all’attentato in sé, alla sua origine, direi anche allo spirito che rappresentava. Ecco, mi parve che fossimo arrivati al punto determinante, in cui non bastava più una professione di fede, come io l’avevo fatta in un libro che ebbe un certo successo allora “Lo spettro del comunismo”. Non si trattava più di prendere delle posizioni teoriche. Si trattava di rientrare nella battaglia e quella sera andai a battere alla porta dell’Avanti!. Fu già un problema farmi aprire la porta. Fu una sorpresa da parte dei compagni dell’Avanti! di trovarmi lì, quella sera, in quelle circostanze, con quei propositi. Il primo compagno che conobbi quella sera fu Guido Mazzali, col quale rimasi poi fraterno amico fino alla sua morte, condividendone molte delle esperienze. Serrati non era all’Avanti!, quella sera. Ma due giorni dopo mi fece chiamare e mi offrì di andare a Parigi come corrispondente dell’Avanti!. Confesso che la proposta mi lasciò per un momento interdetto, valutando bene l’importanza del fatto. Comunque accettai e da quello nacque la mia collaborazione organica con l’Avanti! che è praticamente durata per tutta la mia vita e che spero possa continuare ancora. (…)

VITTORELLI: La tua direzione dell’Avanti! si svolge nel periodo certamente più critico della storia del giornale.

NENNI: La mia direzione si svolge nel periodo più tragico della storia dell’Avanti!, il momento più duro, il momento più doloroso. C’è un fatto al quale io ancora oggi non so dare una spiegazione: come sia stato possibile, tra il 1921 e il 1923, e anche dopo, mentre eravamo sotto l’infuriare della offensiva fascista, della piazza che diventava fascista, ciò che è incominciato subito dopo l’occupazione delle fabbriche, non per puro caso naturalmente; come sia stato possibile che, in una situazione che si rivolgeva completamente contro tutte le speranze, le illusioni e le realtà sociali e politiche del 1919, con la vittoria elettorale socialista del novembre, con il dominio politico dell’Italia che andava trasferendosi nella classe lavoratrice; come mai sia potuto succedere che, per un motivo in gran parte estraneo alla nostra formazione, alla nostra cultura, come era la Repubblica dei Soviet, come era la dittatura del proletariato nella sua accezione di dittatura del partito comunista; come mai sia stata possibile questa lacerazione e il suo prolungarsi fino e oltre la marcia su Roma. Con questo non dico che la scissione fu la causa del fascismo. Dico che la scissione fu una concomitanza tragica, drammatica, con la crisi interna del Partito Socialista e precipitò un processo che, se ritardato, poteva ancora essere evitato nelle sue conclusioni: la dittatura per vent’anni. (…)

VITTORELLI: Durante tutti gli anni di guerra l’Avanti! naturalmente non poté uscire, salvo quando poté, nel corso della Resistenza, uscire in edizione clandestina. Tu lo rilanciasti ancora una volta, perché hai fatto nascere e rinascere parecchie volte questo nostro giornale, e alla Liberazione ne ridiventasti il Direttore.

NENNI: Sì, l’Avanti! uscì a Roma il 5 giugno 1944, cioè all’indomani della Liberazione, su due pagine, come del resto tutti i giornali. L’articolo di fondo che io scrissi per rilanciare il giornale era intitolato: “Si passa e si passerà”. E credo che questo sia il motto che copre l’intero ottantennio dell’Avanti!. Nel primo articolo di Leonida Bissolati, appunto il giorno di Natale del 1896, c’è una sua frase che dice: “Di qui si passa”. Qualche anno dopo, quest’espressione ritorna sull’Avanti!, credo da parte di Claudio Treves, al momento della caduta del governo di Rudinì, dopo quello di Pelloux, all’indomani del ’98, quando sorse il governo di Zanardelli-Giolitti, che poi caratterizzò il primo decennio del secolo. Io intitolai l’articolo del 5 giugno 1944: “Si passa e si passerà”. Non ti propongo di intitolare l’articolo di fondo della nuova edizione dell’Avanti! “Si passa e si passerà”, ma di riprenderne lo spirito perché questa in fondo è la battaglia del socialismo in Italia in questo ultimo secolo, al di là degli ottant’anni dal ’96 in poi. Questo è ciò che è permanente nell’Avanti! e quindi nel Partito o nel Partito e quindi nell’Avanti!. Cioè “si passa e si passerà” malgrado tutto. Si possono conoscere anche delle gravi crisi, le più gravi, e noi ne abbiamo attraversate di molto gravi nell’ultimo trentennio ed anche negli anni in corso. Si possono trovare gli ostacoli più impensati. Alcuni degli ostacoli che incontriamo in questo momento appartengono a questa categoria. Ma continuo a pensare, come diceva l’Avanti! fin dal suo primo numero, che il socialismo “passa e passerà”, senza perciò cadere in una convinzione o in una illusione che non ho mai condiviso: quella della ineluttabilità del socialismo. In questo non ero d’accordo, in tempi ormai lontani, con quanti sostenevano l’ineluttabilità del socialismo, il socialismo che si fa da solo. Il socialismo lo fanno gli uomini. Se gli uomini mancano al loro compito, anche ciò che storicamente può apparire come ineluttabile non avviene.