Carmen Nenni e la lotta antifascista accanto a Pietro

-di ILARIA COLETTI-

Durante l’estate vi ho proposto dei brani tratti dall’intervista che Oriana Fallaci fece a Pietro Nenni nel 1971 che ci svelavano una parte nascosta della sua personalità. Oggi ho pensato di riportarvi le parole della moglie di Nenni, Carmen, tratte invece da un’intervista curata dalla scrittrice Anita Pensotti, apparsa sul settimanale Oggi il 28 febbraio 1958 dal titolo “Parlano le donne della tragedia italiana 1940-1945: la guerra ci ha portato via una delle nostre quattro figlie”.

Quando mi è capitato tra le mani questo prezioso documento ho cominciato a leggerlo, unicamente spinta dalla curiosità, ma più andavo avanti e più ero divorata dalla voglia di sapere. Fino a quel momento mi ero approcciata alla vita di Pietro Nenni sfogliando i suoi diari e quindi imparando a conoscerlo attraverso le sue parole e i suoi pensieri. Ora ho potuto veramente comprenderlo grazie alla persona che lo ha vissuto e conosciuto meglio di chiunque, a parte sé stesso. In questi brani Carmen Nenni ci racconta alcuni spezzoni della loro rocambolesca vita, dall’esilio a Parigi alla fuga in giro per la Francia fino al ritorno a Roma, che ci fanno capire come nonostante le difficoltà, essi siano riusciti con tenacia e con ingegno ad andare avanti. Ma soprattutto mi ha colpito lo spirito coraggioso e intraprendente di questa donna che in ogni situazione non ha perso mai la speranza ed è stata in grado di sostenere e salvare la sua famiglia anche quando il marito non poteva. Carmen è stata in tutto e per tutto la degna compagna di Pietro Nenni.

 “In fondo, se ripenso alla lunga parentesi del nostro esilio, mi accorgo che almeno dieci di quei sedici anni vissuti in Francia sono stati abbastanza sereni. I primi tempi dormivamo in sei: io, Pietro e le nostre bambine, in due squallide stanze di uno di quegli alberghetti parigini di infimo ordine dove si può trovare di tutto tranne la pulizia, e non sempre riuscivamo a sfamarci. Ma poi organizzammo una specie di mensa – la chiamavamo ′Popote′ – aperta a tutti quei fuorusciti italiani che, come noi, avevano cercato rifugio in territorio francese dopo la promulgazione delle ′leggi eccezionali′ con cui il fascismo, nel 1926, aveva messo al bando i suoi avversari. La ′Popote′ era diventata il ritrovo e il punto di riferimento degli antifascisti in bolletta e un piatto di minestra non mancava mai a nessuno. L’aveva organizzata Nullo Baldini, grande cooperatore ravennate. Vi erano commensali abituali i ′patriarchi′ del socialismo: Turati, Treves, Modigliani. Ognuno degli ospiti si assumeva un incarico: le donne cucinavano e andavano a far la spesa e agli uomini toccavano più modeste incombenze. Ricordo che Pietro doveva grattugiare il formaggio, ma dimostrava scarsa attitudine per questo lavoro, tanto che presto fu ′destituito′ e gli venne affidato il compito di spazzare il pavimento.”(…)

“A Pallalda, riorganizzammo pian piano la nostra esistenza in una casa colonica che avevamo soprannominata ′La pépinière′. La difficoltà più grave era quella di mettere insieme ogni giorno il pranzo e la cena, perché l’inondazione del fiume Teck aveva distrutto completamente il raccolto, e Pietro, per rimediare un paio d’uova o un po’ di farina, era diventato un emulo di Coppi e divorava chilometri e chilometri di faticosa salita. Io, invece, avevo stretto amicizia con un ortolano, l’unica persona che fosse in grado di regalarci, di tanto in tanto, qualche cavolo o qualche cipolla. Ma un brutto giorno, dopo una delle prime sconfitte italiane, l’ortolano non seppe trattenersi e mi disse ironicamente: ′Corrono, eh, i vostri compatrioti!′. ′Ce ne vorrà del tempo prima che corrano come i francesi!′, risposi infuriata, e da allora, purtroppo, non potei più sperare dal mio ex-amico ortolano neanche una foglia di prezzemolo o di lattuga.” (…)

“Riabbracciai mio marito ai primi di settembre, a Faenza, dove si era recato ad aspettarmi presso mia madre, sicuro che, non appena messo piede in Italia, sarei corsa da lei, perché non la rivedevo ormai da sedici anni. Furono giorni indimenticabili durante i quali io e Pietro riscoprimmo a poco a poco la nostra città e insegnammo ad amarla alle nostre figliole, ma quella felice parentesi non durò nemmeno una settimana. L’armistizio, infatti, ci costrinse ancora una volta a dividerci e mio marito, per sfuggire ai nazisti, dovette nascondersi a Roma, in casa del suo amico Romita. Avevamo stabilito in un primo momento che io, Giuliana e Luciana saremmo rimaste a Faenza per non esporci a nuovi pericoli, ma i nostri saggi propositi furono di breve durata e di lì a pochissimo tempo eravamo dirette anche noi alla volta della capitale, per poter stare vicine a Pietro ed essere in grado di dividere con lui ogni rischio.

Durante quel viaggio io e le mie figliole rischiammo per due volte, senza neppure rendercene conto, di essere arrestate dai tedeschi. Ci eravamo assopite, in treno, l’una accanto all’altra, quando fummo svegliate dalla luce improvvisa di una lampadina tascabile che ci batteva con insistenza sul volto e da una voce maschile che chiedeva in tedesco i nostri nomi. Ancora adesso, a distanza di tanti anni, non riesco a spiegarmi per quale mistero e provvidenziale intuizione io abbia risposto senza esitare: ‹Sono la signora Emiliani›. Emiliani è il mio cognome di ragazza e non so come mi fosse venuto con tanta facilità alle labbra perché non lo usavo da ventidue anni. Ma i miei documenti erano intestati a Carmen Nenni e pensai con terrore che presto sarei stata scoperta. In realtà, lo stesso ufficiale tedesco che aveva interrotto bruscamente il nostro sonno, si rivolse subito dopo a una signorina italiana che lo accompagnava e che gli serviva da interprete pregandola di controllare le nostre carte d’identità. ‹No, no, non occorre›, rispose la ragazza, ‹le signore che cerchiamo sono romagnole; queste, invece, hanno un accento straniero›. Solo in quel momento capii che i tedeschi stavano dando la caccia proprio a noi, alla moglie e alle figlie di Nenni, e fui certa che, prima di arrivare a Roma, avremmo avuto altre sgradite sorprese.” (…)

“Spesso, in quei mesi, per portare il mio modesto contributo alla resistenza, distribuivo manifesti clandestini sugli autobus, recapitavo lettere e documenti (una volta, preoccupata perché mi sembrava che qualcuno mi pedinasse, trangugiai parecchi fogli di carta che contenevano pericolose liste di nomi) e ricorrevo a cento astuzie per potermi incontrare con Pietro. Ci davamo appuntamento nei posti più impensati, mio marito, che è un instancabile camminatore, percorreva per vedermi chilometri e chilometri a piedi. Poi, per poter parlare liberamente, ci rifugiavamo in qualche cinema o in qualche desolato caffè della periferia e ne uscivamo a sera inoltrata: ′Come due fidanzati′, gli dicevo ridendo.

È trascorso tanto tempo da allora e quelle lotte, quelle ansie, quei rendez-vous clandestini mi sembrano infinitamente lontani. Ma di tanto in tanto, senza volerlo, mio marito me li rammenta all’improvviso, specialmente quando (e gli capita spesso) si dimentica che esistono i mezzi di trasporto e, rinunciando all’autobus e all’automobile, si avvia a piedi verso il suo lavoro. Dall’alto del nostro balcone, io lo vedo allontanarsi, con le mani incrociate dietro la schiena. Il palazzo dove abitiamo (una cooperativa di senatori e deputati) sorge vicino all’E. 42, a circa cinque chilometri da Montecitorio, ma Pietro percorre la distanza in meno di un’ora, con passo metodico, calmo, immerso profondamente nelle sue meditazioni.”