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2003-8 - Speciale rifugiati politici: A) Editoriale (società)





Questo numero dell’Agenzia esce in un momento particolare. Il Comune di Roma ha promosso un Tavolo cittadino sui richiedenti asilo ed ha deciso di dedicare il mese di giugno ad una serie di manifestazioni dirette a sensibilizzare l’opinione pubblica sui problemi dei rifugiati. Al vertice dell’Unione Europea in corso a Salonicco si discute di immigrazione e diritto d’asilo. In tanti paesi europei il problema è al centro del dibattito pubblico e parlamentare. Intanto il mare di Lampedusa è coperto dei cadaveri di disperati.
La Fondazione Nenni è coinvolta nel programma del Tavolo come è ricordato in altra parte dell’Agenzia. Il risultato della nostra iniziativa è importante per una riflessione appropriata. Noi abbiamo promosso corsi gratuiti diretti a favorire l’inserimento dei rifugiati nella comunità nazionale. L’iniziativa è stata pubblicizzata attraverso tutti i canali e siamo stati aiutati in particolare dall’Alto Commissariato e dal Centro Astalli.
Il risultato è stato abbastanza deludente. Hanno aderito al corso pochi richiedenti asilo,interessati più ad ottenere assistenza (casa, lavoro. permessi, indennità) che istruzione e informazioni.
Abbiamo dunque toccato con mano la triste condizione di queste persone le quali perseguitate nei loro paesi esercitano un diritto affermato nella Convenzione di Ginevra ma si scontrano con leggi, burocrazie e mentalità del paese “ospitante” che li trasforma presto da cercatori d’asilo in cercatori disperati della sopravvivenza: il dramma vissuto e la “sistemazione” alla fine trovata dal rifugiato somalo, Hassan Nagi (raccontata da Fabrizio Roncone nel Corriere della Sera del 19 giugno 2003 nel servizio “Mi dichiarai rifugiato, da allora sono un fantasma senza nome”) sono rivelatori del problema. Trascuriamo tanti particolari che riguardano la triste “vita” dei rifugiati nei vari paesi scelti, e veniamo alla legge e alla sua applicazione in Italia. Il rifugiato in attesa della decisone della commissione burocratica che esamina il caso non può lavorare né avviare o proseguire gli studi; è ospitato in un centro e riceve 18 euro al giorno per 45 giorni (sussidio che resta in vita fin quando non sarà emanato il regolamento di attuazione della legge Bossi-Fini che prevede un diverso sistema). Nella realtà: i centri sono spesso chiusi o inagibili; l’istruttoria dura più di 45 giorni (fino a un massimo di 12-15 mesi). Il rifugiato che non ha risolto la sua pratica si trova presto senza un tetto e senza indennità. E’ ovvio che cerchi subito una “sistemazione” in nero per sopravvivere. E diventa da rifugiato, un immigrato clandestino non per scelta ma perché costretto dal paese ospitante.
Noi non sappiamo che cosa l’Unione Europea deciderà a Salonicco. Comunque saranno tempi lunghi sia per trovare una intesa che per applicarla ciascun paese “sovranamente” nei suoi confini (norme e strumenti comuni sono lontanissimi nel futuro). Ma qui in Italia si deve fare subito qualcosa: o cambiare la legge o dare vita a procedure più rapide e accoglienze più umane.
Noi pensiamo che sia anche necessario discutere la “filosofia” dell’asilo e in generale dell’immigrazione. I termini del dibattito sono: multietnicità o integrazione? La multietnicità rispetta le particolarità nazionali: religiose, linguistiche, culturali delle varie comunità presenti sul territorio, ma rischia di tenere alti gli steccati tra le comunità di immigrati e la comunità ospitante: le comunità di immigrati restano delle enclaves diffidenti, spesso ostili; il paese ospitante le sente estranee, indesiderabili. In ciò c’è un incentivo all’esclusione e al razzismo.
L’integrazione tende ad attenuare le differenze, a guardare meno alla comunità e più all’individuo, a fare dell’immigrato gradualmente un cittadino che accetta, fa propri, codici e valori del paese. Il rischio dell’integrazione è che livelli, snaturi le identità, cancelli le differenze e imponga un modello, quello del paese ospitante, sentito come estraneo.
Gli Stati Uniti sono riusciti a conciliare queste due esigenze in un melting-pot che è la base nazionale, l’idem sentire di quel paese. La vicenda europea è destinata ineluttabilmente ad essere diversa da quella americana?




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